Avevo sei anni e mezzo. La prospettiva mi sgomentava tanto che l’atmosfera che mi circondava non arrivava a toccarmi.
Le donne si affaccendavano ridendo della loro trovata, che avrebbe reso ancora più allegro il grande pranzo. Allegro lo sarebbe stato comunque; lo si era organizzato apposta per festeggiare tutti insieme la caduta della legge truffa. Naturalmente non sapevo che roba fosse, ma vedevo che tutti esultavano. Tutti i “grandi” di quella piccola composita comunità.
Non so come si fossero potuti ricavare tanti appartamenti da tutte le aree povere, di servizio, dei due grandi edifici: il consorzio agrario e i magazzini del formaggio. Seminterrati, mezzanini, cantine... in ogni angolo c’era l’alloggio di una famiglia, e le famiglie erano tante. In quegli anni, in quell’ambiente, non si avvertivano differenze sociali; non c’erano forse; certamente io non le percepivo. Percepivo quella specie di familiarità che legava tutti, la Maria, l’Oriemme, la Pierina, un’altra Maria... Che strano! ricordo solo donne (oltre a mio padre e a Ottorino il cieco). Ma ce n’erano altri, solo che probabilmente rincasavano a sera, quando noi bambini dovevamo smettere le scorribande da un appartamento all’altro. Ma certo che c’erano gli uomini! Era organizzato per loro lo scherzo, in segreto, tra le donne che preparavano i cappelletti.
Era proprio festa grande se in quei tempi di magra si facevano tutti quei cappelletti; per quanti? almeno per trenta persone, io credo.
A chi fosse venuto il lampo di genio non lo ricordo, ma so che tutte avevano accettato l’idea con entusiasmo, e ne ridevano mentre lo mettevano in atto. All’interno di qualche cappelletto, solo qualcuno, veniva messo un fagiolo secco. Le matte risate che si sarebbero fatte a vedere le facce dei malcapitati!
Ma io no, non ridevo per niente. Se fosse capitato a me il fagiolo secco, tutti mi avrebbero guardato, tutti avrebbero riso, e questa possibilità mi terrorizzava. Ero una bambina invisibile, che diventava visibile solo quando faceva ridere, ero quindi una bambina che preferiva essere invisibile.
E mentre fervevano i preparativi, trovai la mia soluzione: avrei fatto finta di niente, l’avrei masticato piano senza dire niente.
Il fagiolo secco non mi capitò, ma di quella festa ricordo solo il mio terrore.
Catia
Le donne si affaccendavano ridendo della loro trovata, che avrebbe reso ancora più allegro il grande pranzo. Allegro lo sarebbe stato comunque; lo si era organizzato apposta per festeggiare tutti insieme la caduta della legge truffa. Naturalmente non sapevo che roba fosse, ma vedevo che tutti esultavano. Tutti i “grandi” di quella piccola composita comunità.
Non so come si fossero potuti ricavare tanti appartamenti da tutte le aree povere, di servizio, dei due grandi edifici: il consorzio agrario e i magazzini del formaggio. Seminterrati, mezzanini, cantine... in ogni angolo c’era l’alloggio di una famiglia, e le famiglie erano tante. In quegli anni, in quell’ambiente, non si avvertivano differenze sociali; non c’erano forse; certamente io non le percepivo. Percepivo quella specie di familiarità che legava tutti, la Maria, l’Oriemme, la Pierina, un’altra Maria... Che strano! ricordo solo donne (oltre a mio padre e a Ottorino il cieco). Ma ce n’erano altri, solo che probabilmente rincasavano a sera, quando noi bambini dovevamo smettere le scorribande da un appartamento all’altro. Ma certo che c’erano gli uomini! Era organizzato per loro lo scherzo, in segreto, tra le donne che preparavano i cappelletti.
Era proprio festa grande se in quei tempi di magra si facevano tutti quei cappelletti; per quanti? almeno per trenta persone, io credo.
A chi fosse venuto il lampo di genio non lo ricordo, ma so che tutte avevano accettato l’idea con entusiasmo, e ne ridevano mentre lo mettevano in atto. All’interno di qualche cappelletto, solo qualcuno, veniva messo un fagiolo secco. Le matte risate che si sarebbero fatte a vedere le facce dei malcapitati!
Ma io no, non ridevo per niente. Se fosse capitato a me il fagiolo secco, tutti mi avrebbero guardato, tutti avrebbero riso, e questa possibilità mi terrorizzava. Ero una bambina invisibile, che diventava visibile solo quando faceva ridere, ero quindi una bambina che preferiva essere invisibile.
E mentre fervevano i preparativi, trovai la mia soluzione: avrei fatto finta di niente, l’avrei masticato piano senza dire niente.
Il fagiolo secco non mi capitò, ma di quella festa ricordo solo il mio terrore.
Catia