venerdì 29 febbraio 2008

Le trippe

Quell'odore era inequivocabile quanto sgradevole: nella pentola sulla stufa sobbollivano le trippe.

Passando il tempo, però, per una strana alchimia, lentamente, quell'odore diventava profumo appetitoso che anticipava il piacere di gustare una scodella fumante di quelle trippe spolverate di parmigiano.

Odori e sapori antichi, consueti, ai quali ci si abituava da bambini. "Sabato trippe" si leggeva all'entrata delle trattorie.

Ricordo mia madre che pontificava sugli ingredienti: cordone, centopelli, osso di ginocchio, verdure, perché ogni massaia personalizzava la sua ricetta.

Ricordo le operazioni di raschiatura, lavaggio, sbollentatura, affinché le trippe diventassero bianche e perfette per il taglio, che doveva avere la misura delle tagliatelle larghe un dito.

Oggi il banco del Supermercato espone qualche vassoio con le trippe già tagliate, sbiancate, sanificate, pronte per essere cucinate, ma è un cibo "da poveri", meglio una confezione di wurstel o di pollo allevato in batteria che spesso, cuocendo, odora non proprio gradevolmente.

Questi sono gli odori nuovi ai quali sono abituati i nostri figli, quelli antichi si sono persi, vinti dalle scatolette asettiche, veloci e impersonali.

Per rivalutare odori e sapori inconsueti, per farli diventare attuali, forse è d'obbligo passare per la Prova del Cuoco di Antonella Clerici in TV.

Deira

domenica 24 febbraio 2008

Cibo

S. de Beauvoir

da "Memorie di una ragazza perbene"


La principale funzione di Louise e della mamma era quella di nutrirmi, compito non sempre facile. Attraverso la bocca il mondo entrava in me più intimamente che non attraverso gli occhi o le mani. Non lo accettavo in blocco. La scipitezza delle creme di grano tenero, i brodi d'avena, i pangrattati, mi strappavano le lacrime; l'untuosità dei grassi, il mistero vischioso delle conchiglie mi rivoltavano; singhiozzi, gridi, vomiti, le mie repulsioni erano così ostinate che rinunciarono a combatterle. In compenso, approfittavo con passione del privilegio dell'infanzia, per la quale la bellezza, il lusso, la felicità, sono cose che si mangiano; davanti alle confetterie di rue Vavin restavo pietrificata, affascinata dallo splendore della frutta candita, dal cangiante dei marzapani, dalla screziata fioritura dei bonbons; verde, rosso, arancione, viola: agognavo i colori non meno dei piaceri che promettevano. Avevo spesso l'occasione di tramutare l'ammirazione in godimento. La mamma pestava delle mandorle tostate in un mortaio, mescolava quella poltiglia granu­losa con crema gialla; il rosa dei bonbons digradava in sfumature squisite: affondavo il mio cucchiaio in un tramonto. Le sere in cui i miei genitori ricevevano, gli specchi del salotto moltiplicavano i fuochi d'un lampadario di cristallo. La mamma sedeva al piano a coda, una signora vestita di tulle suonava il violino, e un cugino il violoncello. Io facevo crocchiare tra i denti il guscio d'un finto frutto, una palla di luce scoppiava contro il mio palato con un sa­pore di ratafià o d'ananas: possedevo tutti i colori e tutte le fiamme, le sciarpe di velo, i brillanti, i merletti, possedevo tutta la festa. I paradisi dove scorrono il latte e il miele non m'hanno mai attirato, ma invidiavo alla Fata Tartina la sua camera da letto in marzapane: se quest'universo che abitiamo fosse tutto commestibile, che presa avremmo su di esso! Adulta, avrei voluto pascolare nei mandorli in fiore, mordere nelle mandorle tostate del tramonto. Contro il cielo di New York, le insegne al neon mi parvero giganteschi dol­ciumi, suscitandomi un senso di frustrazione.

Mangiare non era soltanto un'esplorazione e una conquista, ma il più serio dei miei doveri. - Un cucchiaio per la mamma, uno per la nonna... Se non mangi non diventerai mai grande -. Mi facevano mettere con le spalle al muro dell'ingresso, tracciavano un segno all'altezza della mia testa, che veniva confrontato con un segno pre­cedente: ero cresciuta di due o tre centimetri, si congratulavano con me, e io mi davo delle arie; a volte, tuttavia, mi spaventavo. Il sole accarezzava il parquet lucido e i mobili laccati in bianco. Guardavo la poltrona della mamma e pensavo: « Non potrò più sedermi sulle sue ginocchia ». D'improvviso, l'avvenire esisteva; mi avrebbe cam­biata in un'altra che avrebbe detto io e non sarebbe più stata me.

mercoledì 20 febbraio 2008

La torta paradiso

La ricordo entrare nel salone maternità dell'Ospedale dove avevo partorito, al braccio di mio marito, mia suocera solitamente austera, in quell'occasione dolce come il pacchetto che mi portava.

Il mio letto era alla fine della corsia e mentre lei avanzava, vedevo sì la nonna tenera ma anche una madre che riviveva la nascita dei suoi tanti figli, vedevo in lei il rinnovarsi di emozioni lontane, uguali alle mie.

Nel pacchetto confezionato con cura c'era una perfetta e profumata torta paradiso, preparata per me con tante uova fresche, burro e zucchero, secondo la tradizione, allo scopo di aiutarmi a superare le fatiche del primo parto, di favorire la montata lattea e di integrare i pasti ospedalieri famosi per non essere di alta cucina. Ma io in quel gesto ho sentito qualcosa di più. In fondo era solo una torta, eppure proprio nella concretezza e semplicità di azioni abituali si possono leggere sentimenti autentici.

Mi si dice spesso: "Sei brava in cucina", "Ti piace cucinare". Così sono etichettata. Forse sarebbe più corretto dire che non mi pesa sottrarre tempo ai miei interessi e, perché no, all'ozio per cucinare i piatti che piacciono alle persone che amo. E' questa un'eredità tramandatami da mia madre e da mia suocera, giunta anche a loro da tradizioni antiche e penso sia proprio per questa eredità che anch'io amo portare in tavola non solo armonia di ingredienti e sapori ma quel qualcosa di più che avevo sentito nella torta paradiso.

Deira

lunedì 18 febbraio 2008

L'attenzione

Ho creato per voi… ho assorbito e prodotto
PROUST E LO ZABAIONE

L’attenzione
L’attenzione per un profumo, per un odore, per un’immagine che ci porta: altrove, in un attimo, magicamente, all’improvviso (come un fiore che si apre in tanti petali) a mille ricordi.
L’attenzione, leggo l’articolo su un settimanale: ”Cercate un attimo per voi stessi, una sosta tra gli impegni quotidiani in cui fate qualcosa per voi e dite: dono a me stessa, ricevo da me stessa. Una piccola attenzione quotidiana”.
Proprio come stiamo facendo noi, ora. Per me è piacevolissimo, molto gradevole, mi fa star bene, sto bene qui, ora, con voi. È una coccola che faccio a me stessa, mi sento molto coccolata da me e da voi.
Martedì scorso si è parlato di attenzione, cercare l’attenzione degli altri può significare essere accolti, accettati, ascoltati, condividere. Qualcuno ha detto: ”A scuola dicevo molto di più di quel che mi veniva chiesto e parlavo, parlavo…”. Può significare anche sentirsi a disagio, in imbarazzo, come dicevano altre: “A volte, da piccola, essere al centro dell’attenzione della gente o dei compagni di scuola, può creare disagio e imbarazzo”.
Ciò nonostante penso che l’attenzione sia qualcosa di naturale e fondamentale per ognuno di noi.
Maria Luisa

domenica 17 febbraio 2008

È la legna

È la legna. L’odore inconfondibile della legna tagliata (a volte può bastare il semplice appuntire una matita) che mi porta indietro nel tempo. A vertigine.
Mattina presto: dunque mi sono alzata prima e sono ancora in pigiama, pigiama di flanella, va da sé, quello rosa con i fiorellini gialli e azzurri
Il momento (accipicchia che freddo!) è quello in cui, preceduto dal sentore di fuliggine mia madre accendeva la stufa. Momento magico perché solo lei poteva mettere mano al fuoco, solo lei dominava il calore che sarebbe scaturito dalla piastra su cui veniva messo, subito, il bollitore del latte. E dunque il profumo buono del latte caldo, profumo che da solo scaldava, per il suo semplice diffondersi nel breve perimetro della stanza. Il latte scaldato, il latte versato nella scodella dalla pancia tonda e abbondante, presa a due mani (ancora calore che consola le dita intirizzite) e portata davanti, quasi a ficcarci il naso. Ma non era quello, non era solo per annusare il profumo. Quello che andavo cercando era la magia della “panna”, quella pellicola sottile che vibrava sulla superficie del latte e che catturavo con due dita per farla scendere nella bocca rivolta verso l’alto. Ineffabile. Poi il pane, spezzato tagliato frantumato, andava ad affondarci dentro per diventare morbida polpa da consumare fra i denti. E fuori, attraverso i vetri delle finestre smerigliati di brina, faceva sempre più chiaro.
Chiara

sabato 16 febbraio 2008

Le tagliatelline

Mia nonna Corinna era una donna d'altri tempi, quando cucinare significava assolvere ad una delle necessità primarie dell'uomo e soddisfare il bisogno di sopravvivere, quando la gente mangiava in silenzio con la testa nella scodella facendo molta attenzione a quello che metteva in bocca perché sapeva che la sua razione non sarebbe stata sufficiente a riequilibrare le fatiche del giorno, quando non c'erano giornali o televisioni accese, e a tavola neppure si parlava del quotidiano, sempre uguale.

Per la Corinna il cibo era una cosa seria, per questo, forse, mangiava sempre da sola in cucina. Neppure per Natale si sedeva a tavola con noi, ma due cose le sapeva fare: il pocio coi tanti fagioli e poca carne e la sfoglia. Veramente la sfoglia le veniva con qualche buco ma lei non ci badava perché per le tagliatelle andava bene lo stesso. Per mia nonna io ero "il suo Paolo" e tutti i giorni preparava per me e solo per me un piatto di tagliatelline asciutte cotte nel brodo e condite con una razione più che democratica di burro e ricoperte di parmigiano. Se siete abituati a gusti forti e sapori intensi, lasciate perdere, ma se il vostro palato sa riconoscere sottili sfumature, se riuscite a trovare piacere anche nei cibi delicati soprattutto se figli dei prodotti della nostra terra, allora

Mia nonna è morta cinque anni, cinque mesi e due giorni dopo che il primo uomo ha messo piede sulla Luna. Era nata quando ancora non c'era la luce, e non ci ha mai creduto. Eravamo tutti davanti alla televisione e io le avevo detto:-Vieni a vedere che vanno sulla Luna-. Lei ha scosso la testa e poi ha detto:-Me a vag a let-.

Io continuo a mangiare taglitelline asciutte cotte nel brodo e condite con burro e formaggio.

Alcuni anni fa, il mio orario scolastico prevedeva che al martedì andassi a scuola verso mezzogiorno e vi restassi fino alle cinque per cui mi organizzavo. Andavo a prendere due etti di tagliatelline alla pasta fresca, le cuocevo nell'acqua con mezzo dado e le condivo, poi aprivo una bottiglia di lambrusco fatto con uva ancellotta del terreno forte di Begozzo, e, prima di sedermi a tavola, mettevo su il disco del "Valzer triste" di Sibelius che a me ricordava cose solo mie. Il tempo della musica era giusto quello per finire il piatto e vuotare il bicchiere, poi andavo in palestra e i miei scolari sarebbero stati bene, almeno per quell'ora.

Qualcuno potrebbe dire che cappelletti e Beethoven è un'altra cosa, ma questa è una situazione per il pranzo di Natale quando c'è tutta la famiglia allargata e non è un martedì alle undici e mezza.

In ogni caso se qualcuno volesse cose diverse potrebbe provare con una zuppa di verdura e pastina alle quattro del pomeriggio ascoltando l'Orietta Berti. A ciascuno il suo.

Paolo

venerdì 15 febbraio 2008

Appuntamento in Torteria

E’ difficile immaginare cosa può accadere davanti a una tazza di the al limone nella profumata atmosfera della Torteria di Via Baracca a Suzzara. Se poi a sorseggiare il the sono un gruppo di signore riunitesi per andare con la mente al bel tempo antico, sull’onda di profumi e aromi lontani, il gioco è fatto.

Qualcuno ha addirittura ventilato l’idea di mettere per iscritto quanto fosse emerso dall’incontro, di pubblicare il tutto in un libro (ed. Torteria) e devolvere il ricavato in beneficenza. Il titolo sul Corriere a caratteri cubitali era già nelle nostre menti: “Intraprendente gruppo di signore benefattrici …… ecc. ecc.”

Il caldo dell’ambiente, il buio incipiente oltre la vetrina, l’accenno a profumi che non si sentono più così spesso nella vita quotidiana, hanno indotto alcune di noi a narrare episodi del proprio passato legato spesso alle tradizioni, alle festività e naturalmente ai cibi ad esse correlati.

Chiara ha ricordato il profumo del brodo, sentito per caso passando davanti ad una finestra socchiusa. Per brodo noi intendiamo naturalmente quello di carne che in passato, come Chiara ha sottolineato, si faceva solo la domenica o se qualcuno in casa era ammalato.

Ma il brodo inevitabilmente scatena ricordi in tutte noi. Noemi ha ricordato il pranzo di una festa che si teneva in giugno nella casa dei suoi quando era piccola. Tale ricorrenza che vedeva molti parenti riunirsi per il pranzo di rito era preceduta da grandi preparativi culinari. Noemi ha ricordato tra le altre leccornie la torta taiadlina e naturalmente un brodo sostanzioso a base di cappone e altre carni genuine il cui profumo era già una mezza festa. E si sa che, se il brodo è buono, il secondo non è da meno.

Altre signore le cui fortunate origini contadine hanno lasciato loro il ricordo di riti legati alla stagionalità dei lavori della terra hanno parlato delle merende a base di cipolla e tonno o uova e dei minestroni e degli spezzatini offerti ai braccianti durante la mietitura e trebbiatura. Altre signore hanno ricordato la pigiatura dell’uva, le più giovani hanno ricordato le buffette fatte coi grappoli appena colti. Maria Luisa, leggendo direttamente da una rivista, ha citato odori perduti anche nelle città, come quello del salumaio, del panettiere o delle gomme di bicicletta. Quasi tutte hanno ricordato il profumo dei tortelli abbrustoliti la mattina di Natale o l’aroma delle bucce di mandarino scaldate sulla stufa a legna.

Alcune signore hanno parlato delle loro prime esperienze culinarie non sempre riuscite, ma legate alla vita di neospose e quindi grondanti amore e comprensione, nonostante strutto e peperoni non fossero al posto giusto.

In un batter d’occhio il tempo è passato e il gruppo si è sciolto dandosi appuntamento per il martedì successivo.

La famosa tazza di the ha fatto volare il tempo.

Arianna


È stato il profumo del brodo ….e non era domenica.

Ricordare, raccontare attraverso i sapori.
Oggi è più difficile. Tutto, cibi e occasioni, sono sempre e continuamente disponibili.
Non c’è più il tempo della festa, non c’è più il tempo delle stagioni e i profumi rari del cibo consumato nel momento del rito si sono persi.
O, forse, non proprio persi. Sono diventati, per così dire, dimenticabili perché comunque, in una qualsiasi giornata di un tempo qualsiasi, si possono ripetere. No c’è più nulla di, appunto, “raro” perché è tutto costantemente imbandito.
Ci bado, ci rifletto ora: im-bandito, ovvero, non bandito, non messo al bando, non escluso o esiliato per una qualunque ragione, sia essa climatica, stagionale, rituale… Tornano le stesse parole. Condite in diverse salse, ma le stesse.
Ricordo: il profumo del brodo di carne si sentiva nella mia casa e, per strada, usciva dalle altre case: non ci si sbaglia, è domenica.
Oggi? Dalle case sigillate non esce più alcun odore e comunque non sarebbe lo stesso. Nelle cucine non domina più la tradizione ma …altro. Non si tratta di giudicare l’oggi o di rimpiangere il buon tempo antico. Più semplicemente trovare una buona scusa o, meglio, una scusa “buona” per ricordare e appoggiare sulla carta il pensiero.
Perché, si sa, il pensiero è un po’ come le nuvole: piano piano si forma, si fa guardare, si fa riconoscere e poi, pian piano, si sfilaccia, sfuma e …se ne va.
Per questo è importante fissarlo, fotografarlo, creare una distanza tra noi e lui, definire quella differenza che lo può far vivere, e restare vivo, anche senza di noi.
Chiara

giovedì 14 febbraio 2008

Prima di tutto

Prima di tutto scomodiamo Proust, per dire come mai "les madeleines".
E, ancora, perchè un plurale, anzi, questo ancora prima.
Autrici di queste pagine sono donne che si sono trovate a raccontarsi ricordi legati a sapori, profumi, aromi del passato.
E, ancora, va ricordato il luogo accogliente e profumato in cui ci troviamo a parlarci. E' la "Torteria", dove, ad ogni incontro, Emanuela, nostra amabile ospite, ci offre, guarda un po', dolci madeleines.

da

Alla ricerca del tempo perduto

La strada di Swann

"Cosí per molto tempo, quando, stando sveglio ripensavo a Combray, non ne rividi mai se non quella specie di lembo luminoso, che si stagliava in mezzo a tenebre indistinte, simile a quelle che la vampa d'un fuoco di bengala o qualche proiettore elettrico illuminano e sezionano in un edificio, di cui le altre parti restino immerse nel buio: alla base, piuttosto larga, il salottino, la sala da pranzo, l'inizio dell'oscuro viale donde sarebbe giunto Swann, l'autore inconscio delle mie tristezze, il vestibolo per cui m'incamminavo verso il primo gradino della scala, che mi era tanto duro salire, e che costituiva da sola il tronco assai stretto di quella piramide irregolare; e in cima la mia camera da letto col piccolo corridoio dalla porta a vetri per cui entrava la mamma; in una parola, sempre veduto alla stessa ora, isolato da ogni cosa che vi potesse essere intorno, stagliandosi solo nell'oscurità, lo scenario strettamente indispensabile (come quello che si vede indicato a capo delle vecchie commedie per le rappresentazioni in provincia) al dramma dello spogliarmi, come se Combray non fosse consistita che in due piani riuniti da un’angusta scala, e come se là non fossero mai state che le sette di sera. A dire il vero, a chi m'avesse interrogato avrei potuto rispondere che Combray racchiudeva anche altre cose ed esisteva in altre ore. Ma, poiché quel che avrei ricordato mi sarebbe stato offerto soltanto dalla memoria volontaria, la memoria dell'intelligenza, e poiché le notizie essa dà sul passato non ne serbano nulla, non avrei mai avuto voglia di pensare a quel resto di Combray. Tutto questo, in verità, era morto per me.
Morto per sempre? Forse.
Il caso ha una grande parte in tutte queste cose, e un secondo caso, quello della nostra morte, spesso non ci per¬mette d'attendere a lungo i favori del primo.
Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secon¬do cui le anime di quelli che abbiamo perduto son prigio¬niere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all'albero, che veniamo in possesso dell'og¬getto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l'incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.
Cosí è per il passato nostro. È inutile cercare di rievocar¬lo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si, nasconde all'infuori del suo campo e del suo raggio d'a¬zione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest'oggetto materiale) che noi non sup¬poniamo. Quest'oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.
Già da molti anni, di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva piú per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po' di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella man¬dò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiama¬ti Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d'una conchiglia di san Giacomo. Ed ec¬co, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d'un triste domani, portai alle labbra un cuc¬chiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di made¬leine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a bri¬ciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quan¬to avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'a¬veva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale;
Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e del biscotto, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di piú che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. È tempo ch'io mi fermi, la virtú della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre mino¬re, quella stessa testimonianza che io sono incapace d'inter¬pretare e che voglio almeno poterle domandare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce.
E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quel¬lo stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l'evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarmi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l'impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l'udito e l'attenzione dai rumori della stan¬za accanto. Ma, sentendo come l'animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d'un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto, di nuovo gli metto di fronte il sapore an¬cora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità; non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate.
Certo, ciò che palpita cosí in fondo a me dev'essere l'im¬magine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita troppo lontano, in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l'inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma
non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo inter¬prete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo con¬temporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chie¬derle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti.
Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'attimo antico che l'attrazione d'un attimo identi¬co è venuta cosí di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel piú profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento piú nulla, s'è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre? Debbo ricominciare, chi¬narmi su di lui dieci volte. E ogni volta la viltà, che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa impor¬tante, m'ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei de¬sideri di domani, che si possono ripercorrere senza fatica.
E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio. La vista del biscotto, prima d'assaggiarlo, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone visti spesso, senza mangiarli, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni piú recenti; forse perché di quei ricordi cosí a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravvi¬veva, tutto s'era disgregato; le forme - anche quella della conchiglietta di pasta, cosí grassamente sensuale, sotto la sua veste a pieghe severa e devota - erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d'espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, piú¬ tenui ma piú vividi, piú immateriali, piú persistenti, piú fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.
E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse cosí felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza, dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d'acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, cosí ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè."