lunedì 7 dicembre 2009

Ma che festa d’Egitto!

Non era ancora novembre, e già i panettoni si proponevano a mucchi nei supermercati; non è ancora dicembre, e già ci sono luci e addobbi natalizi un po’ ovunque.
A partire dal 7 di gennaio cominceranno a girare coriandoli e stelle filanti e, prima ancora che il vento o una pioggia li abbia dispersi, arriveranno al volo le colombe pasquali.
Insomma, è sempre festa, è sempre tempo di qualcosa; per quasi tutto l’anno si allestiscono attese che si diluiscono e si allungano al punto che se ne perdono la sostanza e la consistenza, gli odori e i sapori. Come estenuanti preliminari che si consumano in un attimo ma con il sollievo di una impresa finalmente giunta a conclusione. Che sarà anche poco elegante a dirsi, ma il fatto è che queste feste, ormai, mi mettono addosso qualcosa di simile sicuramente alla rabbia, misto ad un senso di fastidio e di insofferenza.
Siamo rimasti privi del senso dell’attesa, del tempo dell’attesa, della sospensione dell’attesa.
Da piccoli, quando io ero piccola, dicembre era uno dei mesi più belli, “pien di speme e di gioia”, quello che aspettavo con ansia maggiore: c’erano S.Lucia con i suoi doni, c’era Natale con l’albero, c’era la chiusura delle scuole e tanto, tanto tempo per giocare. E c’era quel profumo particolare di dicembre, perché era in dicembre che si cominciava ad assaporare, quando l’inverno entrava deciso e potente con il suo odore di freddo nitido e tagliente, di neve che lucida l’aria, di brina che incrina il freddo. E in questa trasparenza, trasparente e chiara anche senza sole, il sentore aspro del fumo di legna che scivolava per i suoi percorsi e lo sentivi e poi spariva e poi, girato l’angolo, tornavi a sentirlo.
I giorni di festa si avvicinavano inavvertiti. Ed ecco la prima letterina rituale, quella a S. Lucia. I doni richiesti erano un po’ gli stessi, semplici e scontati: la bambola per le bambine, il trenino o il Meccano per i bambini. Anche le promesse erano le solite, forse le stesse di oggi: sarò ubbidiente, studierò, non farò i capricci… L’attesa era piena di speranza e paura. Mia mamma o mio papà, a turno, quando faceva buio e gli scuri erano già chiusi scuotevano, fuori dalle finestre, un campanellino, un tondo sonaglio d’ottone (l’ho scoperto quando sono stata io, sorella maggiore e ormai, purtroppo, consapevole della realtà delle cose, a farlo suonare dopo essere uscita e, di nascosto, essermi appostata dietro le stesse finestre). La sera, prima di andare a letto, si metteva sulla finestra il latte per la Santa e la crusca per il suo asinello; e si andava a letto presto, ma ci si addormentava tardi per vedere se si riusciva a cogliere qualche rumore che svelasse l’arrivo degli straordinari visitatori. Il campanellino l’ho conservato e l’ho suonato anche per mio figlio che, come me, correva a nascondersi sotto il tavolo, pieno di quella paura così particolare che è quella legata al piacere derivante dalla paura stessa quando è consapevole d’essere nella complicità di un gioco.
Chiara

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