venerdì 30 maggio 2008

La Elda e Gino: profumo di chisòla e straciamùs nel brodo di verdura

Non si possono condensare i ricordi dell'infanzia legati a due persone speciali, uniche, come i due nonni adottivi che ho avuto la fortuna di avere come vicini di casa per anni ed anni: la Elva e Gino. Proverò a raccontare di come la loro casa, seppure di tante stanze, si concentrasse nell'ampia cucina e soprattutto sul grande tavolo dal ripiano di marmo grigio: lì tutte le attività principali prendevano vita. La Elva stirava, con il pentolino di acqua nel quale intingeva le dita spruzzando poi per inumidire il bucato, con un ferro da stiro antiquato (eppure le camicie ne uscivano perfette come se avesse la più moderna Stirella a vapore). Su quel tavolo Gino leggeva il giornale, serio ed attento ad ogni notizia, oppure mi insegnava splendidi giochi con le carte da briscola di cui ora, purtroppo, mi rimane soltanto il ricordo di nomi intriganti, come il Parolotto o il Cularino. Ma il monumentale tavolo di marmo era soprattutto, giustamente, teatro delle meravigliose alchimie culinarie di quella splendida coppia, affiatata e brontolona, miniera inesauribile di insegnamenti antichi e profondi, sulla terra, sugli ortaggi, sulla cucina ma soprattutto sulla vita.

I ricordi si affastellano: gli gnocchi di patate avanzati dal pranzo e riscaldati con il latte nel pentolino sul fuoco; il tonno al venerdì, comprato sfuso nella carta oleata, con un sapore mai più ritrovato; la sfoglia perfetta di dieci e più uova, tonda e liscia come un'enorme luna e la coltellina che si muoveva veloce sulla pasta arrotolata a ricavarne tagliatelle, tagliatelline e straciamús. Come dimenticarsi dei maltagliati, degli straciamtis appunto, cotti in un minestrone di verdura profumatissimo e denso che Gino preparava con cura a partire da un soffritto di lardo e cipolla a cui aggiungeva a tocchetti tutte le verdure del suo ricchissimo orto. Alla Elva, invece, associo il profumo croccante e sempre nuovo della chisóla, la schiacciata. Durante la settimana si conservavano tutti i residui dei condimenti di cucina: l'unto del cotechino, il sugo dell'arrosto e tutto ciò che non doveva essere sprecato nel rispetto della più pura tradizione contadina, contribuiva a reinventare ogni settimana quel meraviglioso impasto di farina, sale e lievito, croccante ai bordi e morbido nel centro. La Elva picchiettava l'impasto per stenderlo nella teglia di alluminio, aggiungeva il sale in superficie e poi copriva la teglia con un canovaccio pulito. Bisognava aspettare a lungo che la lievitazione fosse completa prima di infornare; io controllavo almeno dieci volte sotto il canovaccio per vedere quanto fosse cresciuta. E infine il forno e poi l'aroma che iniziava discreto e poi prendeva prepotentemente piede in cucina e poi in tutta la casa. La ricetta era sempre la stessa ma il profumo e il sapore cambiavano sempre: la migliore merenda che io abbia mai assaggiato...

Cecilia

giovedì 8 maggio 2008

Profumi d’inverno

È andata proprio così, è accaduto eoni fa, ma lo ricordo ancora.
A lungo non ho mangiato che insignificanti cioccolatini (anche per autodeprivazione da ciccia) ma un cioccolatino, ripieno di una crema morbida mai prima assaggiata, mi ha restituito un sapore che avevo completamente dimenticato. Non è stato immediato il riconoscimento (per i passaggi lascio alle madeleines di Proust la parola). Un’immagine alla fine è emersa, e una circostanza, un momento della mia infanzia più bambina. Le ginocchia ampie della zia Maria mi accoglievano e mi tenevano calda vicino alla grande stufa di rame. Accoccolata in quel nido aspettavo il ritorno di mia madre dalla piazza intanto che il dolce di castagne raffreddava sulla finestra. Non ho ricordi di riempimento che mi separano dall’attimo in cui portavo il primo pezzetto in bocca. Era una specie di budino (il colore era quello), ma più sodo, più consistente per la componente delle castagne. Di che cosa era fatto? Quali potevano essere gli ingredienti? Il cioccolatino che stavo mangiando mi parlava di rhum, evidentemente c’era del cioccolato… ma poi?
Poi ho provato diverse ricette, modificando ingredienti e dosi, ma il sapore pieno e perfetto in cui l’aroma esotico del rhum si con-fondeva con quello pieno del cioccolato e con l’impasto morbido delle castagne (ho provato a lessare le fresche, poi le secche, ho sperimentato anche con la farina, ho aggiunto e tolto burro e uova…) non sono mai riuscita ad ottenerlo, a sperimentarlo, e goderlo.
Chissà, forse quello che manca sono le ginocchia generose della zia Maria, le sue mani grandi, i suoi vestiti neri, o lo sguardo sempre un po’ canzonatorio che trapelava attraverso la ragnatela di rughe del suo viso largo da vecchia indiana.
Mi è sembrato di vederla quando ho letto “Il Visconte dimezzato" di Calvino: la “gran balia Sebastiana” era lei, era la zia Maria.

Chiara

Il pranzo dalla nonna Amelia

C'è stato un tempo (circa quarant'anni fa, ma preferisco non pensarci...) in cui le scuole elementari Olga Visentini erano così affollate che una classe a turno doveva fare lezione al pomeriggio. Quando capitava, non so chi delle due fra me e la nonna Amelia, che abitava proprio di fronte alle scuole, fosse la più felice. Per lei avermi ospite era una festa e per me, già da allora buongustaia e cicciottella, era un trionfo di piatti semplici, classici, cucinati con una cura ed un'attenzione che ne rendevano unico il sapore.

Immancabili erano gli gnocchi di patate, che io prediligevo sopra ogni cosa, accuratamente disegnati con la grattugia come tante perfette tartarughe, ammonticchiate nel loro sughetto di pomodoro e burro, sulle quali spargevo abbondante parmigiano già pregustando la morbidezza con la quale si sarebbero sciolti fra lingua e palato. In alternativa mi aspettava un piatto di tagliatelle fatte in casa con i piselli freschi (una montagna di piselli, quasi quante tagliatelle, nei quali trovavo qualche fogliolina di basilico scappata alla attenta mondatura della nonna). Per la nonna, la sfoglia fatta in casa era un rito sacro, al quale mi ha iniziata all'età di circa dieci anni, incoraggiandomi anche quando il risultato non era perfettamente simmetrico, l'importante era che non ci fossero buchi, quelli proprio non erano ammessi!

Come tutti i bambini anch'io cercavo nel piatto delle tagliatelle la particolarità, l'eccezione considerata la più prelibata: la tagliatella che, rimasta ripiegata, si era cotta conservando una consistenza diversa dalle altre (anche perché va detto che la nonna non cuoceva proprio al dente...). Ricordo poi l'arrosto di pollo, croccante e perfetto, le patatine migliori del mondo e per finire il budino con lo zabaione.

Due nei soltanto scalfiscono la reputazione di cuoca perfetta della nonna Amelia: il suo perfezionismo che la spingeva a scartare tutta la parte bianca e costoluta dell'insalata lattuga (da me prediletta e da lei giudicata buona solo per polli e conigli) e il caffe d'orzo. Quest'ultimo rimane tuttora un incubo per me: era impossibile rifiutarsi di berlo, per la nonna sarebbe stata un'offesa insopportabile. Quindi mi sottoponevo stoicamente al rito di quella brodaglia dall'odore nauseabondo, servita in floreali e purtroppo capienti tazzine di arcopal, guardando preoccupata la nonna aggiungere grandi quantità di zucchero. Soltanto adolescente, quando ormai la nonna aveva già festeggiato i novant'anni, ho avuto il coraggio di confessarle la mia repulsione per il caffé d'orzo. Ricordo ancora la sua espressione incredula ma non ferita: infatti, pensando ad uno scherzo, ha continuato imperterrita ad accogliermi con l'aroma dell'odiato caffé d'orzo.

Cecilia

Per un etimo del budino

Sono andata in cerca dell’etimo di Budino. Perché si è parlato tanto di budini, di gioie gustate e gustose, che andavano dagli ingredienti, ai gradienti (del piacere) e ai graditi dettagli (interno o “buccia”, freddo o caldo, ruspante o San Martino, da affrontare con un affondo di cucchiaio o da ripulire grattando il tegame di cottura, …).

Concordi ci siamo convinte che il budino, quello vero e unico, il Budino per eccellenza, o Sua Eccellenza il Budino, quello, per intenderci, al cioccolato, è dolce assolutamente locale e che quanto di diverso chiamato tale, nient’altro che usurpazione o, al massimo, parola usata in senso improprio che con l’elemento originario nulla ha a che vedere se non forse, e solo per generosa condiscendenza, la consistenza o la forma.

Ed ecco qua l’etimo fortunosamente rinvenuto.

Budino: dall’ing. Pudding, che vale lo stesso e rannodasi all’irl. PUTOG, cimb.POTEN budello (lat. BOTELLUS), perché forse in origine il budino non fu che un sanguinaccio con droghe. – Dolce fatto per lo più di semolino intriso con uova, latte, zucchero, canditi e simili e cotto in forno.

Vedete bene che trattasi di vera vigliaccata, concepita da una mente che, chiaramente mente, forse inconsapevolmente, certo inopportunamente. Di sicuro chi definisce con questi termini il principe dei dolci di piacere non ne ha mai gustato.

Allora ecco una pista nella quale mi sono casualmente imbattuta e che propongo per una etimologia fantastica di “Budino”.

“Ci sono parole che ti piacciono prima di tutto per il loro sapore. Parole col cui significato giochi, immaginandolo, costruendolo a partire da un suono. Dunque, è bene che tu non sia in grado di recitarne una definizione, come farebbe un vocabolario…. Goditi fino in fondo questo gusto infantile di trasgressione e gioco. Invece di essere tradotte, cioè, etimologicamente, portate, come un fardello, saranno inventate, ovvero trovate, come una moneta lungo la strada, dove la strada sei tu. Saranno tue”.

E così, lasciamoci andare alle suggestioni che insinua questa parola: budino. Parola morbida, senza spigoli, che fa espandere consistenza e sapore nella bocca che impasta il suo contenuto passando di vocale in vocale u…i…o... provare per credere!

Budino: da Budda (il nostro dialetto semplifica le doppie) e, dunque, piccolo Budda, per il richiamo al suo ventre tondo nella forma, e al suo sorriso per la soddisfazione che procura.

Chiara

mercoledì 7 maggio 2008

Avete detto budino?

Avete detto budino? Voi non avete idea della quantità di immagini che si materializzano davanti ai miei occhi al solo nominarlo, il budino.
E subito un moto di ribellione e poi voglio raccontare e spiegare e sicuramente non faccio altro che aumentare la confusione mia e di chi mi ascolta.
Poi però mi fermo un momento e cerco di trovare una spiegazione alla mia reazione, di riportare tutto a una razionale e tranquilla esposizione dei fatti.
Iniziamo dal principio, mia mamma, e le mamme si sa c’entrano sempre, mia mamma dicevo non sapeva cucinare ma era molto precisa quando si trattava di seguire le istruzioni che fossero quelle per far funzionare la lavatrice o quelle date dalla nonna per cucinare la cassoeula, per lei era la stessa cosa.
Così, con la ricetta, istruzioni alla mano, magia, il budino è sempre perfetto, ma è l’unico dolce che fa.
Tutti la prendono in giro “non sai fare da mangiare” dicevano, era grave per quei tempi ma più loro ridevano di lei e più lei rideva di loro perché era fatta così, non ti dava mai una soddisfazione.
E li arrivo io, con il dolce forno che mi frulla sempre in testa e con la determinazione che mi contraddistingue “sarò più brava di mia madre, imparerò a cucinare e farò dei dolci buonissimi, senza istruzioni, e non parlatemi più del budino!”
E così è stato, non l’ho mai fatto il budino… sino a che, quando già mi davo arie da gran chef, mi chiamano per una serata in un locale.
Da sola, in cucina leggo il menu: risotto con il pesce, grigliata di pesce azzurro e …budino al cioccolato!
Come budino al cioccolato? Io non lo so fare il budino!
E va bene qualcosa mi invento ed il dolce è fatto, ma quando vado a casa e ingenuamente racconto a parenti e amici l’accaduto non è possibile mi prendono in giro e ridono ridono…
Insomma era solo un episodio per dire che anche il budino mi ha dato la sua lezione, impara l’arte e mettila da parte, e avessi letto almeno una volta le istruzioni!
Ma soprattutto la morale è sempre quella, come mai le mamme hanno sempre ragione??!!
Emanuela

Il budino e mio fratello

A mio fratello piace il budino. Da sempre, direi. La gioia e la soddisfazione di mia madre trasparivano dal sorriso e dallo sguardo compiaciuto che riservava al suo bambino mentre, a cucchiaiate golose, mangiava il suo budino.
Glielo portava sempre quando andava a trovarlo in colonia, d’estate a metà mese, e le foto di allora la mostrano mentre, appunto, si coccola la gioia del figlio che si gusta il SUO budino.
Nel tempo, mio fratello ha imparato a farsi il suo personale budino che ha messo a punto quando, universitario a Bologna, lo preparava per sé e per la banda sconclusionata che gli faceva compagnia nell’appartamento in cui, forse, non si spendeva tutto il tempo su “sudate carte”!
Mi raccontava, a volte, le sue avventure bolognesi. Tra le altre di quando, preparato il budino, lo metteva a raffreddare sul davanzale della finestra che dava sul ballatoio e di quella volta in cui uno dei filibustieri, proditoriamente, si è impadronito del dolce e si è chiuso nel luogo del “buen retiro” dove, in tutta calma, ha ripulito l’intera zuppiera. Non ricordo la punizione che è stata inflitta al pirata. Conoscendo i tipi, immagino che sia stata pesante ma, evidentemente il gioco o, meglio il budino, valeva la candela!
Il budino rimane tutt’ora il dolce preferito di mio fratello. Non lo mangia con l’antica frequenza ma, quando lo prepara, lo fa come si deve, realizzando la sua personale ricetta.
Eccola.
Ingredienti:
2/3 cucchiaiate (spannometricamente parlando) di farina
1 uovo
1 litro di latte
200 g. di cioccolato fondente
200 g. di amaretti
Si procede come al solito. Gli amaretti vanno aggiunti alla fine dopo averli sbriciolati con la bottiglia (un altro strumento non garantisce il perfetto risultato finale!)
Chiara

mercoledì 16 aprile 2008

Venerdì: uova!

Ancora oggi a volte, nonostante le mie 40 primavere, sono assalita da dubbi di ogni genere, ma da quando non abito più con i miei genitori ho di sicuro un dubbio in più o meglio una certezza in meno.
Sì perché quando eravamo tutti rigorosamente e puntualmente seduti a tavola per cena e venivano servite le uova, una cosa era certa oltre ogni ragionevole dubbio: era venerdì.
Quella sagoma di mia madre “cuoca provetta” tutti i venerdì scodellava uova: sode, al tegamino o, grande alternativa, una bella grossa unta bisunta bruciacchiata frittata.
Chissà cosa le passava per la testa, a mia madre, perché ho provato varie volte in vari modi, non tutti gentili devo dire, a chiedere. “Ma perché, cascasse il mondo, tutti i venerdi cucini uova?”
“E perché no?” rispondeva; bella risposta!
Così, mi ricordo benissimo, quel venerdì sera, avrò avuto 5 o 6 anni, mi sono detta adesso ci penso io e ,siccome come tutte le figlie femmine ero sempre molto attenta a compiacere il mio papà, tutta fiera ho annunciato: “Questa sera per papà cucino io”
Ho preso la carta e una matita colorata, quella gialla, ho disegnato un bell’uovo al tegamino, l’ho ritagliato e al momento giusto l’ho servito in tavola.
Mio padre, sempre pronto allo scherzo, ha mangiato diligente il suo uovo con grandi apprezzamenti alla cuoca… e dal mio punto di vista è stata proprio una bella fortuna per lui perché a me è toccata la solita fetta della solita unta bisunta bruciacchiata frittata!
Emanuela

La sfoglia

L’occasione era ghiotta: uno dei tanti viaggi turistici che portavano mia suocera in terra straniera e quindi lontana da casa per almeno una decina di giorni.
Così una mattina mi infilai il grembiule con la scritta “par na buna taiadela fora l’as e la canela”… quasi un ordine!
Da un po’ di tempo, infatti, mi era diventato insopportabile il pensiero che mia figlia, con i suoi dieci anni, facesse ogni domenica mattina una piccola sfoglia perfettamente tonda. Lei e la nonna, una di fronte all’altra, sulla stessa tavola e lei, piccolina, in ginocchio sulla sedia a compiere insieme quei gesti così veloci, precisi, sicuri, quelli che “o fai così o la sfoglia non viene proprio”.
E allora sistemata l’enorme asse e brandita la canela, mi dissi: “Qui si fa la sfoglia o si muore!”
Versata la farina, movimento circolare dell’indice, creo nel mezzo un cratere, dove verso 2 uova. L’impresa è mescolare i 2 ingredienti che sembrano non volerne sapere di stare insieme: l’uovo fugge in rivoletti dispettosi e velocissimi. Finalmente tra le mie mani dalle dita come salsicciotti di pasta, c’è una sorta di impasto “grugnoloso” che lavorato con forza diventa liscio. Adesso ho la mia palla pronta da spianare. Le do una forma rotonda e comincio e darci dentro con la “canela”. Si attacca, è forse troppo elastica: niente paura, basta aggiungere un po’ di farina.
Si indurisce sotto il rullare del matterello, inizia a rompersi. Con qualche rattoppo proseguo nella mia impresa compiendo uno dei gesti più difficili: riavvolgere la sfoglia sul matterello, lisciarla quasi con violenza (le mani rigorosamente senza anelli), e infine riporla sull’asse accompagnandola con una sorta di carezza.
E’ questo il gesto chiave per una sfoglia rotonda.
La mia creatura, invece, quella prima volta nacque con i contorni frastagliati e così bislunga da assomigliare alla Sardegna, una Sardegna di uova e farina.
A guardarla bene, nella parte centrale, dove i rattoppi erano più spessi si poteva persino individuare il profilo del Gennargentu.
Quel giorno, comunque, mangiammo maltagliati fatti in casa.
Bruna

venerdì 11 aprile 2008

Paura e gelato

Milano, così lontana, così diversa ed io così lontana, così diversa dalla vostra realtà, eppure ogni volta che vi ascolto scopro che incredibilmente ho vissuto le vostre stesse esperienze!
Come ad esempio “la storia della paura”
Così in una Milano vista con gli occhi di una bambina, una cabina di legno piazzata sul marciapiede diventa la casa di una zingara che rapisce i bambini.
Nessuno me ne aveva parlato, ma io avevo già deciso che quella zingara assomigliava molto alla strega di Hansel e Gretel, poveri bambini!
Ma la preoccupazione maggiore per i miei pochi anni era il fatto che subito dopo su quello stesso marciapiede c’era e c’è ancora oggi una gelateria.
E qui nasce il problema, alla domanda “lo vuoi il gelato?” la gioia che provavo veniva subito sostituita dalla paura.
“Si” dicevo, ma in realtà pensavo – si, ma dobbiamo passare dalla casa della zingara, e se mi porta via? Ma no, sono con la mamma e il papà, loro non lo permetteranno.
E così ogni volta camminavo felice al loro fianco con il mio trofeo e con un occhio soltanto un po’ distratto, a controllare che quella brutta signora non uscisse di casa!
Emanuela

Sentendo parlare la Deira e la Catia

Quando ci si trova in “Torteria” raramente si discorre seguendo un filo omogeneo. Più spesso le parole percorrono sentieri diversi e si lascia che vaghino un po’ dove pare loro. È stato così che la Catia e la Deira hanno ricordato i luoghi della loro infanzia, strade con le case attaccate l’una all’altra o caseggiati abitati da numerose famiglie che vivevano gomito a gomito.

Io, invece, che abitavo in una casa più simile a una corte di campagna (con la stalla, la porcilaia, il pollaio, l’orto…), non ho memoria di luoghi affollati del “quotidiano vivere” delle persone, se non quando attraversavo il cortile che, passata la porticina che si apriva nel grande portone nero (ma più in alto del margine inferiore che bisognava comunque scavalcare), mi portava alla strada parallela alla mia via Cavour. Era lì che si mescolavano le vite e le attività di diverse famiglie assiepate in poche stanze: odore di cibo, di lisciva, di altri più indiscreti sentori.

Oggi, che guardo con curiosità diversa luoghi e percorsi di Suzzara, immagino queste scorciatoie, tagli nell’abitato, come residui di una città remota, tutta arrotolata attorno alla piazza di ciottoli e portici.

E infatti subito fuori da quel ristretto perimetro (ma il mio punto di vista non è circolare - i miei passi bambini non mi portavano mai lontano, e poi c’era la Buba, vecchia strega che portava via i bambini - e quindi sarebbe più corretto dire “da quel lato di quel ristretto perimetro”) c’era ciò che la città non poteva contenere: il macello, la rivendita della legna e del carbone, l’osteria dei carrettieri, la campagna… Dall’abitato al non abitato la sfumatura era tuttavia lenta. C’erano anche botteghe, ed è qui che volevo arrivare, non i luoghi alveare ma, per rimanere nella metafora, i fiori su cui si radunavano le api: le botteghe, appunto (il luogo dei fuchi era, ovviamente, la piazza).

Ricordo che raramente sono entrata in una bottega senza che ci fosse qualcuno (donna, ovviamente) che si attardava negli acquisti che tuttavia non ho mai visto abbondanti. Stavano in mano o raccolti su un braccio piegato. Ovvio che, abitando io al “Macello” (parola che non indicava “il” luogo, ma quello e l’intorno, così come la “Piazza”, il “Castello”, il “Vaticano”, ecc.), sto parlando della Primina. “Chiara, vo da la Primina a to…”. Profumo di salame… più di salame e mortadella che di prosciutto… Dominava sugli altri tranne che in inverno, sotto Natale, quando era sovrastato dal più prepotente e acuto aroma dei pesci marinati: psin putana e anguilla. Io aspettavo, coi soldi stretti in mano o con il libretto su cui veniva rendicontata la spesa che di quindici in quindici giorni veniva saldata. Aspettavo, intanto che le chiacchiere appassivano fino al momento in cui qualcuno si accorgeva di me e venivo interpellata. Gli aggiornamenti non erano alla mia portata. Li seguivo, però, incantata, come quando ascoltavo “all’aradio” le storie che mi piacevano tanto e che mi rapivano.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia che mi racconta altre storie ancora e mi allontana da via Toti e dagli altri luoghi dei profumi.

L’osteria di Corradini buttava fuori golosissimi assaporamenti di sughi a disposizione di uomini scuri di lavoro e fatica, anche un po’ inquietanti per la noncuranza di quel loro dialetto poco sorvegliato, vestiti di abiti qualsiasi ma dotati del privilegio di fermarsi all’osteria a mangiare, a bere, a fumare, a giocare a carte…

E poi la tabaccheria… profumo di sigaretta, certo, ma mischiato a quello della liquirizia dei “disoccupati”, omini succosi e succulenti, morbidi da far sciogliere e da masticare con il piacere che si dedica alle cose rare.

Davanti al forno bisognava passare di mattina un po’ presto se volevi essere avvolta dal profumo caldo del pane, anche di domenica, quando, d’estate, donne andavano a portare a cuocere teglie di lasagne che già esalavano anticipi di pranzi odorosi.

Ma, se questi erano luoghi di piacere, ce n’era uno decisamente suggestivo per più preoccupanti ma non meno deliziose fantasie. La rivendita della legna e del carbone era un luogo scuro anche in piena luce, polveroso, occupato da cataste e cumuli e mucchi che limitavano da ogni parte la vista nascondendo, occultando minacciosi. Sì, la mia immaginazione fremeva solleticata dagli odori selvatici, muffa e marcio, che emanavano da ogni angolo suggerendo chissà quali misteri.

Fin lì, fin quasi dentro, mi spingeva il mio desiderio di avventura. Mi faceva scappare la prima faccia scura di polvere, baffi e barba non rasata, e filavo via nel più certo rifugio di casa e dell’orto.

Chiara

Roberto

Fazzoletto nero stretto sulla fronte, legato dietro la nuca per dar sollievo al perenne mal di testa, occhi semichiusi del miope che deve mettere a fuoco, senza età, rassegnata e mite era Maria la lavandaia. Non ricordo se avesse sei o otto figli, non tutti suoi, il marito vedovo gliene aveva portato alcuni in dote. L'intera famiglia occupava due stanze al secondo piano di un caseggiato popolare, microcosmo che rispecchiava la realtà sociale del primo dopoguerra. Tanti figli, povertà dignitosa e la presenza di una campionatura dei lavori più vari: dall'operaio all'impiegato, al bracciante, al calzolaio, al meccanico di biciclette, allo stradino, alla prostituta e per finire a qualche disoccupato. Dirimpettaia di quello che allora poteva definirsi condominio, io, lì ho giocato, sono cresciuta, ho partecipato alle vicende di tutti i suoi occupanti in un clima di comunione e di condivisione di eventi belli o brutti: si remava insieme nella stessa barca. Mia madre, la bottegaia di alimentari vendeva ogni giorno alla Maria un po' di lardo pestato e mezzo etto di conserva, condimenti per la pasta quotidiana di tutti i suoi figli. Se ne dispiaceva mia madre, ma anche per lei, vedova con due figlie da crescere, era duro tirare la carretta: vendendo a credito erano più le preoccupazioni che i soldi. Si dispiaceva soprattutto per Roberto, il figlio della Maria più debole e bisognoso di cure. Pallido e magrolino, d'inverno aveva sempre la tosse e il moccio perenne al naso. - Quel bambino ha bisogno di mangiare meglio - sentenziava mia madre e Roberto divenne il nostro ospite fisso della domenica, quando anche in casa mia il pasto era più completo.

La testa chine sul piatto, lui gustava le tagliatelle, risucchiando sonoramente il brodo dal cucchiaio mentre le guance gli si coloravano; a seguire carne, verdura, pane e per finire la mela e il budino. Per abitudine già parlava poco e, troppo occupato a mangiare, rispondeva a monosillabi. "Cosa vuoi fare da grande?" Senza sollevare la testa riccioluta dal piatto "Il dottore".

A ben pensarci in quella risposta c'era la soluzione inconscia ai suoi problemi. Alla figura del dottore si collega da sempre il binomio salute + soldi.

Fu nostro ospite ogni domenica fino a quando con la sua famiglia si trasferì a Novara.

Ho saputo poi che il figlio di Roberto è dottore.

Deira

giovedì 10 aprile 2008

All'"esilo"

Mi piaceva andare all’ “esilo”, mi piaceva giocare nell’ampio giardino situato dietro al chiostro, lo stesso che oggi è meta di pellegrinaggi e visite turistiche.

La sede dei miei primi anni di scuola era inserita nel grande complesso matildico di S.Benedetto Po, e io, ancora oggi, vado fiera di averne frequentato gli angoli più nascosti nei miei allegri giochi di bambina.

Spesso ci ritorno ed è bello calpestare le pietre su cui correvo giocando “a lupo”, toccare i muri contro i quali biascicavo le conte del “nascondino”, ma soprattutto guardare la madonna.

C’era sopra la vecchia porta della scuola un grande dipinto della vergine dai colori pastello decisi, senza sfumature: rosa la faccia, azzurro cielo il mantello, gialline le mani. Era bella, sorridente ma io ne ero terrorizzata per via di tutti quei serpenti che le riposavano sotto i piedi, formando un groviglio ributtante. Mi attaccavo allora alla gonna della nonna, chiudevo gli occhi e cantilenavo parole strane a mo’ di preghiera, finchè con un balzo non avevo varcato la soglia. “Salva!” mi dicevo “Almeno fino a domattina quando, sicuramente, un serpente si staccherà , mi cadrà addosso e avvolgendomi tutta mi mangerà in un boccone”.

Quello che in realtà veniva mangiato in un boccone erano le merende che profumavano il mio cestino di cartone rosa. Preparate al mattino dalla nonna e mangiate al pomeriggio avevano il profumo e il sapore delle cose desiderate.

Durante l’odiato pisolino consumato con la testa sul banco, rigorosamente sveglia aprivo il mio scrigno e di nascosto dalla suora ne esploravo l’interno pregustando le meraviglie che vi stavano nascoste. C’era la mezza mela dalla polpa già scura, il mattoncino di gelatina tremolante e dolcissima, pane burro e zucchero o pane con quella cioccolata che veniva tagliata a fette da una forma tipo “pan carrè” riparata da un sottilissima stagnola, quasi una buccia. Qualche volta c’era anche la banana, che io però barattavo volentieri , anche se con scarso successo.

Ma uno dei sapori che ho amato di più e che non mi ha mai abbandonato è quello del minestrone servito dentro la scodella di alluminio. Il suo profumo si spandeva per tutte le sale, forte, deciso, sovrastante.

Ancora oggi è l’odore prevalente nell’album dei miei ricordi.

Bruna

mercoledì 9 aprile 2008

Nasce la "Torteria"

Prendo uova zucchero farina, un po’ di burro, mescolo bene, metto in forno ed ecco che prende forma una delle cose più fantastiche e magiche che io conosca: la torta.
Piano piano cresce, cresce e profuma.
Profuma di buono, di dolcezza, di gioia, dell’allegria e della sicurezza di un bambino che ha vicino la sua mamma e sente che non potrà succedergli nulla di male.
E quella bambina sono io, incantata davanti al forno della minuscola cucina di casa mia, con la luce sempre accesa per vedere meglio.
E intanto che la torta cresce aumenta anche la mia voglia di conoscere, di sapere come si possa realizzare quella cosa li, di conoscerne il segreto.
Così inizio la mia vita nel mondo degli adulti, con un lavoro qualsiasi in un posto qualsiasi ma con un chiodo fisso.
Non ho mai avuto il dolce forno anche se l’ho tanto desiderato e continuo a desiderarlo tanto che nella mia mente prende forma un dolce forno gigante che sforni torte vere da offrire a chi come me abbia voglia almeno una volta ogni tanto di farsi coccolare.
Ed ecco il miracolo: l’amore, la cosa più bella che fa muovere il mondo, diventa l’ingrediente principale per le mie torte.
Amore per chi mi ha messo a disposizione tutto questo, amore per gli altri perché nutrire qualcuno è dargli la vita, amore per me perché è importante che io mi voglia bene.
E così con tanto impegno nasce la “Torteria” , il luogo dove condividere tutto questo, dove magia gioia e amore si incontrano, proprio perché è qui che le persone si possono incontrare.
Emanuela

C’è uovo e uovo

Penso che tutti i bambini siano attratti dalle novità, e quell’aggeggio cittadino che mia zia aveva tirato fuori era veramente curioso.
Si trattava di un oggetto che ricordava, nella forma se non nelle dimensioni e nel loro rapporto, il calice che usava il prete a messa.
Di alluminio, aveva una base d’appoggio circolare da cui si alzava un lungo cilindro cavo che, alla fine, si apriva in una coppa più ampia. All’interno era collocata un’asta sottile, sempre di alluminio, che poteva essere comodamente tenuta tra due dita grazie ad un anello, e portava, all’altra estremità, un cerchio tutto a fori, dello stesso diametro del cilindro.
La prima volta ho visto accadere qualcosa di veramente magico. Mia zia ha aperto un uovo e ha fatto colare l’albume in questo “calice”, tenendo da parte il tuorlo. Ha poi cominciato a muovere rapidamente, su e giù, l’asticella nel cilindro e io ho visto gonfiare e montare e tracimare, dal cilindro alla coppa una schiuma bianca che diventava sempre più densa, sempre più soda. Sbalordita, guardavo questa strana cosa, anche un po’ inquietante, che accadeva davanti ai miei occhi e quasi dimenticavo di portare alla bocca l’uovo sbattuto con lo zucchero che mi aveva preparato mia mamma e che guardavo con un vago senso di compatimento: misero ovino sbattuto, solito ovino sbattuto, senza sorpresa e senza gloria! Noi non avevamo quella cosa, noi non conoscevamo quella magia. Noi non eravamo “di città”.
Poi la zia ha rovesciato il tuorlo nella coppa, ha aggiunto un po’ di zucchero ed ha ripreso il su e giù, trasformando il bianco in un giallo pulcino. “Vuoi assaggiare?” Non aspettavo altro. Mi infilai in bocca un cucchiaino di quella straordinaria mistura, immaginando chissà quale magico sapore. Di fatto il sapore era incerto, la consistenza imprecisa per quell’andare in niente della massa che prima ti riempiva la bocca e poi ti si sgonfiava senza dare soddisfazione a lingua e palato. Troppo uovo, troppo crudo. “Ti piace?”. Un assenso entusiasta, uno sguardo convinto fatto, probabilmente di occhi sgranati a garanzia della sincerità, un commento “Buonissimo!”. E mi sono allontanata per gustare il mio, di uovo, solo tuorlo giallo e zucchero, che, come una caramella tenera e profumata si spalmava su lingua e palato. Lentamente, con tempi golosi, lo lasciavo sciogliere, costringendo il profumo a salire su per il naso, e con una soddisfazione tutta “di paese”.
Chiara

lunedì 7 aprile 2008

La tridura

Nel piatto la minestrina in brodo, le stelline e mia madre che cerca di convincermi : "Senti come ristora, scalda lo stomaco!" mentre io sento in bocca solo calde e scivolose cucchiaiate e nessun piacere per il palato e lo stomaco. Non sono d'accordo. E lei, che amava tanto quelle minestrine, trovò il modo di farmele accettare arricchendole con la " Tridura ".

Adulta, la pastina scomparve dalle mie abitudini alimentari, cacciata nell'angolo dei ricordi spiacevoli fino a quando, madre a mia volta, ho dovuto preparare le prime pappe ed allora la pastina è riapparsa in tutte le sue forme, più scivolosa e appiccicosa che mai. Fedele erede della tradizione materna in fatto di gusti, mia figlia, una volta imboccata, sparava fuori getti di pastina che si spiaccicavano ovunque incollandosi come vinavil e creando artistici decori di stelline, anellini, pallini un po' qua e un po' là sugli arredi della cucina.

La neo mamma, in crisi da pappa, dopo svariati quanto inutili tentativi, consigliata da parenti ed amici, le prova tutte: giochi, canzoncine, filastrocche, mimi, storielle, urla e minacce, ogni pappa un teatrino.

Ripensa alle sue minestrine dimenticate e, come ultima risorsa, ricorda la ricetta della "tridura" che a suo tempo l'aveva addomesticata:

amalgamare sbattendo uovo e parmigiano, versare a filo nel brodo bollente, continuando a frustare con energia per evitare la formazione di grumi e rendere il brodo cremoso.

FUNZIONA!!! - LA PAPPA E' ACCETTATA- LODE ALL'UOVO

Ripensandoci si rincorrono a catena tanti ricordi di uova, anche di pulcini, di galline, di pollai. Proprio nella piazzetta antistante la Torteria, si teneva il mercato dei polli, con tante gabbie da cui si estraevano gli animali scelti che venivano comperati vivi, legati per le zampe e portati via appesi a testa in giù. Fortunate le famiglie che avevano uno spazio anche minimo nel cortile per recintare un pollaio. I pulcini venivano tenuti sotto una specie di larga cesta rotonda, di metallo a maglie larghe, senza fondo, appoggiata a terra chiamata "al corac" una specie di baby parking dal quale i pulcini venivano liberati solo quando ritenuti autosufficienti.

In primavera, la stagione del risveglio, la più prolifica per le galline, le uova erano abbondanti, era il momento buono per approfittare della generosa produzione che garantiva le più svariate preparazioni con poca spesa

Uovo sbattuto con lo zucchero per colazione o merenda
Uovo per la preparazione del VOV casalingo
Uovo con la farina per la quotidiana sfoglia
Uovo per le profumatissime frittate
Uovo sodo in insalata, alla coque o
" cambrà ", al tegamino intero o strapazzato
Uovo nelle torte, nelle creme e nello zabaione
Uovo crudo dato ai bambini, rigorosamente fresco da essere ancora cado di gallina, bucato alle
estremità con un ago per poterne aspirare il contenuto direttamente con la bocca
Uovo per il ricostituente "Fai da te" ottenuto facendolo sciogliere, guscio compreso, che è "tutto calcio" con un procedimento che comprendeva il succo di limone come solvente e non ricordo più cos'altro
Uovo nella Tridura, appunto

LODE ALL' UOVO

Deira

L'uovo sbattuto

Coi loro bianchi fiori ricamati, i vetri delle finestre annunciavano che si era nel cuore dell’inverno.

Il mattino ancora buio e il freddo della cucina ci accoglievano ancora addormentate. Ben presto la “Marocchi” iniziava a scoppiettare lasciando intravedere lampi di fuoco tra i cerchi.

“Lavat i och!” Si raccomandava la nonna allungandomi il catino con l’acqua appena intiepidita, mentre già mi vestivo tra la stufa e la finestra, incantata davanti a quei ghirigori di ghiaccio così perfetti.

Seduta lì, guardavo e aspettavo come sospesa.

Dopo il “tac” deciso del guscio subito rotto, la forchetta, velocissima sbattacchia il tuorlo che, con l’aggiunta di un cucchiaio di zucchero si trasforma in una mousse densa e granulosa.

A quel punto la nonna apre la credenza dai vetri liberty, estrae la bottiglia del marsala Florio e ne versa un poco, mescolando piano.

Il primo assaggio è dal cucchiaio gocciolante che io ripulisco voluttuosamente per poi immergermi, cuore e sensi, in quel piacere mai più dimenticato.

“A t’avdirè, nanu, che cun calchè a ta ta scaldi”(1).

E’ soddisfatta la nonna e quasi complice mentre con l’indice ripassa le pareti della tazza perché niente vada sprecato.

Per tutti i miei inverni di bambina quella dell’uovo sbattuto con lo zucchero e marsala fu la mia prima colazione.

A volte mi pare ancora di sentire il calore delle guance dopo i primi bocconi, il dolce delle labbra inzuccherate e un presagio di neve negli occhi mentre mi incammino verso la scuola con quei passi saltellanti che portano i bambini molto vicino al cielo.

(1) “Vedrai tesoro che con questo ti scaldi”.

Bruna

venerdì 4 aprile 2008

La sbrisolona della nonna Frosia


Era proprio bella la nonna Frosia, piccola e minuta, capelli candidi ondulati e morbidamente raccolti nella tradizionale crocchia delle nostre contadine, viso da miniatura, guance rosate che risaltavano sulla carnagione liscia e chiara. Sempre ordinata e vestita di nero con l'immancabile grembiule scuro con le tasche, sostituito da quello bianco solo per cucinare e fare la sfoglia. Aveva modi garbati, l'espressione tendente ad un naturale sorriso che trasmetteva serenità.

Il suo aspetto dolce e i suoi modi tranquilli nascondevano però qualità da vera "reggitore" della casa dotata di indiscussa autorevolezza, senza mai alzare la voce, per ogni lavoro esigeva serietà e impegno.

Nonostante i suoi novant'anni era informata, arguta e una vera miniera di consigli e insegnamenti. Per me che non avevo conosciuto nonni era una vicina piacevole e preziosa. Ci si parlava attraverso la siepe che divideva le nostre case. Dietro la sua c'era un bel terreno con la vite, il fico, l'albicocco, le fragole, terreno che per la maggior parte era coltivato a orto da Gino, il figlio della Frosia. Dire orto significa sminuire quell'area frazionata geometricamente a formare un reticolo di "prese" perfette coltivate a verdure che seguivano una ciclica rotazione secondo le stagioni, l'impoverimento della terra, la concimazione, il riposo, il tutto sapientemente diretto e supervisionato dalla nonna Frosia che mentre dispensava ordini su come coltivare sapeva trasmettere amore per la terra e rispetto per i suoi prodotti. Ricordo che quando chiedevo qualche rametto di rosmarino per l'arrosto, era lei che mi accompagnava e mi indicava quali staccare per non compromettere lo sviluppo dei rami e per dare al cespuglio una forma proporzionata. Ogni anno quando l'aglio novello aveva raggiunto il giusto grado di essiccamento, sapeva sceglierlo per intrecciarlo alla perfezione, coi bulbi tutti uguali e allineati, frutto di abilità e gusto estetico. Una treccia era sempre per me, io l'appendevo in cucina e ritardavo il più possibile il momento di intaccarla, era la profanazione di un'opera d'arte.

La nonna non c'è più seduta sulla sua sedia bassa intenta ai lavori di maglia e uncinetto nei quali era maestra, non ci si parla attraverso la siepe, non c'è l'orto, la frutta, l'aglio, ma la ricetta della sua "torta sbrisolona" è entrata con tutti gli onori nella mia cucina ed è sempre un successo.

RICETTA

INGREDIENTI

farina bianca

hg.3

farina gialla

hg.3

zucchero

hg.3

mandorle

hg.3

strutto

hg. 1

burro

hg. l

tuorli

n.3

vaniglie

pizzico di sale

n.2

scorza di un limone grattugiata

una spruzzata di liquore

PREPARAZIONE

Sbattere tuorli e zucchero, aggiungere le farine mescolate con sale, vaniglie, scorza di limone, unire burro e strutto fusi e per ultime le mandorle senza buccia tritate. Imburrare una teglia, sbriciolarvi dentro l'impasto con le dita, tenere uno strato basso, cuocere in forno a temperatura 150/160° fino a quando risulta dorata.

Sfornare e spruzzarla di liquore ( strega, sassolino, whisky....) che sfrigoli sulla torta calda. Appena sfornata appare morbida, fredda e riposata diventa friabile.

Deira

Il pesto per i cappelletti

Sentivo già il profumo mentre salivo le scale tornando da scuola. Era quel buon profumo di carne che sobbolliva e cuoceva, cuoceva, cuoceva per qualche giorno. Non potevo sbagliare, mia nonna stava facendo il pesto per i cappelletti e tutti i calendari del mondo non avrebbero potuto servirmi perchè sapevo per certo che Natale era alle porte. Non potevo sbagliare, solo il pesto aveva quel profumo dolce e speziato che tanto amavo. C’era freddo, in qualche vetrina avevo intravisto le statuine del presepe, le giornate erano cortissime e io rimanevo in casa tutto il giorno Era sicuramente Natale.. E Natale significava che i miei sarebbero tornati e per qualche giorno la vita sarebbe stata meravigliosa.

Ma adesso dovevamo fare il pesto. Avrei sicuramente aiutato la nonna ad amalgamare tutti gli ingredienti preparati sulla tavola in una enorme zuppiera di ceramica bianca. Questo rito avveniva sempre verso sera quando la casa era tranquilla e nessun altro era presente all’infuori di mia nonna gran sacerdotessa e io umile ancella. Non esisteva nessuna ricetta scritta tutto avveniva per tradizione mnemonica né io mi sono mai preoccupata di scrivere le dosi o le spezie usate. Ricordo montagnole di formaggio e di pane grattugiati che mescolavamo con la carne ridotta in poltiglia dal fuoco oppure tritata finemente con un grosso coltello.

Il giorno dopo tutte le mie zie potevano venire ad aiutare a chiudere i cappelletti in fretta prima che la pasta seccasse, ma per il pesto l’assistente ero solo io.

Molti anni più tardi quando ormai sia mia mamma che mia suocera decisero che era venuto il tempo di aiutare in modo consistente a preparare il pranzo di Natale provai per la prima volta a fare il pesto senza conoscere nè dosi nè spezie nè tipo di carni. Ma tutto avvenne con facilità: io sapevo esattamente quello che mi serviva.

E quel delizioso profumo di pesto, che sta appunto sobbollendo mentre scrivo queste righe, ritorna ogni anno a casa mia ad annunciare il Natale.

Arianna

giovedì 3 aprile 2008

Gli spaghetti

Ricordo come fosse adesso: lo sguardo di lui era perplesso e tutta l’espressione del viso, a dir poco, smarrita.

Eppure il viaggio della forchetta dal piatto alla bocca era deciso, disinvolto, quasi allegro.

In pochissimo tempo, infatti, la notevole montagna di spaghetti sparì prima ancora che io finissi la mia tristissima ciotola d’insalata scondita.

Fu a quel punto che mio marito ingaggiò una tremenda lotta con i rimasugli di pasta rimasti pervicacemente incollati al fondo del piatto, come lunghi lacci da scarpe.

Il sorriso era imbarazzato, gli occhi chiedevano comprensione. Alla fine si arrese “Mia ch’am piasa mia, ansi! Ma iultum an gl’a cav mia a veri” (1).

Quel suo suzzarese doc era una delle tante cose che di lui mi avevano conquistato.

La sera di ritorno dall’ufficio mi confessò di aver sbadigliato tutto il pomeriggio.

“Ancora adès am senti an quadrel in s’al stomac, cal va né so né so (2).

“Strano” ribattei io “In fondo hai mangiato solo un piatto di spaghetti in bianco!”.

Il suo tenero abbraccio (come può essere tenero un abbraccio a due mesi dal matrimonio) non ci fece sentire che, intorno a noi, nella piccola cucina, c’era ancora il “profumo” dello strutto che solo poche ore prima aveva sfrigolato nel pentolino di acciaio inox.

Quanto amore in quel piatto di spaghetti!

Bruna

(1) Non che non mi piacciano, anzi! Ma gli ultimi non riesco a scollarli dal piatto.

(2) Ancora adesso mi sento un peso nello stomaco che non va né su né giù.


Un altro budino

Porto in tavola le ciotole col budino della domenica. Sono un po' timorosa e quasi mi vergogno del mio prodotto. Stupore! Mio marito solitamente avaro di complimenti o quanto meno restio agli apprezzamenti anche davanti a un piatto ben riuscito, mi sorprende.

- E' il budino migliore che tu abbia mai fatto, con un aroma, una consistenza e una cremosità che non ti erano mai riuscite. BRAVA! - Sono incredula e confusa, questo commento scalza tutte le mie certezze. La memoria ripercorre i budini della mia storia.

Ricordo quello di mia madre, personalizzato dal suo speciale aroma di "STRIN", quel caratteristico sapore di bruciaticcio che si può gustare quando il fondo del pentolino di alluminio risulta completamente nero e incrostato. Ma quello era il budino di casa mia, della mia infanzia, di mia madre che con sorridente ironia elogiava l'immancabile STRIN come fosse un pregio unico dovuto alla sua ineguagliabile competenza.

Fino a quella domenica, i miei tanti budini senza infamia e senza lode, erano quelli della nostra tradizione padana, alla quale attingo sempre con orgoglio e passione, preparati con gli ingredienti classici sapientemente dosati. Latte, cacao, farina, zucchero, scorza di limone, ben "stemperati" diceva mia madre, ossia senza grumi, pazientemente mescolati col cucchiaio di legno, mentre cuocevano alla giusta temperatura. Talvolta mi sono dilettata di aggiungere qualche variante: una noce di burro, una base di savoiardi o una copertura di amaretti sbriciolati imbevuti nel marsala con accompagnamento di panna,o zabaione con scaglie di cioccolato.

Tuttavia, le lodi inattese che mi hanno disorientata, sono andate a quel budino della domenica, fatto in fretta col preparato San Martino.

Deira

Il budino

Che buono il budino di cioccolato! E' il primo dolce che ricordo della mia infanzia: ne ho mangiati altri, pochi, ma questo mi piaceva di più.

Non lo mangiavamo spesso, solo d'inverno e solo noi bambini, io e mio cugino. A farlo era la nonna di mio cugino, zia per me; prendeva le uova delle nostre galline, lo zucchero avvolto nella carta blu e cominciava a sbattere nella casseruola di rame, lo stagnadin. Quando il tutto era gonfio e il giallo delle uova era diventato bianco, univa il cacao amaro e la farina a cucchiaiate, alternandole con il latte crudo delle nostre mucche. Io stavo lì e ogni tanto intingevo il dito indice nell'amalgama che da pastoso che era all'inizio diventava sempre più liquido. Poi aggiungeva un pezzetto di scorza di limone, toglieva due cerchi della stufa, metteva nuova legna e cominciava a girare in tondo con il cucchiaio. Io stavo lì e vedevo ispessirsi il composto che cambiava colore, mentre man mano che la cottura proseguiva il profumo di limone si faceva sentire. Quando apparivano le prime bolle, arrivava per me il momento più bello: con il cucchiaio e poi con le dita raccoglievo il budino rimasto attaccato alle pareti dello stagnadin.

Com'era buono quel budino con la pelle sottile che copriva il sotto bollente.

Renata

venerdì 29 febbraio 2008

Le trippe

Quell'odore era inequivocabile quanto sgradevole: nella pentola sulla stufa sobbollivano le trippe.

Passando il tempo, però, per una strana alchimia, lentamente, quell'odore diventava profumo appetitoso che anticipava il piacere di gustare una scodella fumante di quelle trippe spolverate di parmigiano.

Odori e sapori antichi, consueti, ai quali ci si abituava da bambini. "Sabato trippe" si leggeva all'entrata delle trattorie.

Ricordo mia madre che pontificava sugli ingredienti: cordone, centopelli, osso di ginocchio, verdure, perché ogni massaia personalizzava la sua ricetta.

Ricordo le operazioni di raschiatura, lavaggio, sbollentatura, affinché le trippe diventassero bianche e perfette per il taglio, che doveva avere la misura delle tagliatelle larghe un dito.

Oggi il banco del Supermercato espone qualche vassoio con le trippe già tagliate, sbiancate, sanificate, pronte per essere cucinate, ma è un cibo "da poveri", meglio una confezione di wurstel o di pollo allevato in batteria che spesso, cuocendo, odora non proprio gradevolmente.

Questi sono gli odori nuovi ai quali sono abituati i nostri figli, quelli antichi si sono persi, vinti dalle scatolette asettiche, veloci e impersonali.

Per rivalutare odori e sapori inconsueti, per farli diventare attuali, forse è d'obbligo passare per la Prova del Cuoco di Antonella Clerici in TV.

Deira

domenica 24 febbraio 2008

Cibo

S. de Beauvoir

da "Memorie di una ragazza perbene"


La principale funzione di Louise e della mamma era quella di nutrirmi, compito non sempre facile. Attraverso la bocca il mondo entrava in me più intimamente che non attraverso gli occhi o le mani. Non lo accettavo in blocco. La scipitezza delle creme di grano tenero, i brodi d'avena, i pangrattati, mi strappavano le lacrime; l'untuosità dei grassi, il mistero vischioso delle conchiglie mi rivoltavano; singhiozzi, gridi, vomiti, le mie repulsioni erano così ostinate che rinunciarono a combatterle. In compenso, approfittavo con passione del privilegio dell'infanzia, per la quale la bellezza, il lusso, la felicità, sono cose che si mangiano; davanti alle confetterie di rue Vavin restavo pietrificata, affascinata dallo splendore della frutta candita, dal cangiante dei marzapani, dalla screziata fioritura dei bonbons; verde, rosso, arancione, viola: agognavo i colori non meno dei piaceri che promettevano. Avevo spesso l'occasione di tramutare l'ammirazione in godimento. La mamma pestava delle mandorle tostate in un mortaio, mescolava quella poltiglia granu­losa con crema gialla; il rosa dei bonbons digradava in sfumature squisite: affondavo il mio cucchiaio in un tramonto. Le sere in cui i miei genitori ricevevano, gli specchi del salotto moltiplicavano i fuochi d'un lampadario di cristallo. La mamma sedeva al piano a coda, una signora vestita di tulle suonava il violino, e un cugino il violoncello. Io facevo crocchiare tra i denti il guscio d'un finto frutto, una palla di luce scoppiava contro il mio palato con un sa­pore di ratafià o d'ananas: possedevo tutti i colori e tutte le fiamme, le sciarpe di velo, i brillanti, i merletti, possedevo tutta la festa. I paradisi dove scorrono il latte e il miele non m'hanno mai attirato, ma invidiavo alla Fata Tartina la sua camera da letto in marzapane: se quest'universo che abitiamo fosse tutto commestibile, che presa avremmo su di esso! Adulta, avrei voluto pascolare nei mandorli in fiore, mordere nelle mandorle tostate del tramonto. Contro il cielo di New York, le insegne al neon mi parvero giganteschi dol­ciumi, suscitandomi un senso di frustrazione.

Mangiare non era soltanto un'esplorazione e una conquista, ma il più serio dei miei doveri. - Un cucchiaio per la mamma, uno per la nonna... Se non mangi non diventerai mai grande -. Mi facevano mettere con le spalle al muro dell'ingresso, tracciavano un segno all'altezza della mia testa, che veniva confrontato con un segno pre­cedente: ero cresciuta di due o tre centimetri, si congratulavano con me, e io mi davo delle arie; a volte, tuttavia, mi spaventavo. Il sole accarezzava il parquet lucido e i mobili laccati in bianco. Guardavo la poltrona della mamma e pensavo: « Non potrò più sedermi sulle sue ginocchia ». D'improvviso, l'avvenire esisteva; mi avrebbe cam­biata in un'altra che avrebbe detto io e non sarebbe più stata me.

mercoledì 20 febbraio 2008

La torta paradiso

La ricordo entrare nel salone maternità dell'Ospedale dove avevo partorito, al braccio di mio marito, mia suocera solitamente austera, in quell'occasione dolce come il pacchetto che mi portava.

Il mio letto era alla fine della corsia e mentre lei avanzava, vedevo sì la nonna tenera ma anche una madre che riviveva la nascita dei suoi tanti figli, vedevo in lei il rinnovarsi di emozioni lontane, uguali alle mie.

Nel pacchetto confezionato con cura c'era una perfetta e profumata torta paradiso, preparata per me con tante uova fresche, burro e zucchero, secondo la tradizione, allo scopo di aiutarmi a superare le fatiche del primo parto, di favorire la montata lattea e di integrare i pasti ospedalieri famosi per non essere di alta cucina. Ma io in quel gesto ho sentito qualcosa di più. In fondo era solo una torta, eppure proprio nella concretezza e semplicità di azioni abituali si possono leggere sentimenti autentici.

Mi si dice spesso: "Sei brava in cucina", "Ti piace cucinare". Così sono etichettata. Forse sarebbe più corretto dire che non mi pesa sottrarre tempo ai miei interessi e, perché no, all'ozio per cucinare i piatti che piacciono alle persone che amo. E' questa un'eredità tramandatami da mia madre e da mia suocera, giunta anche a loro da tradizioni antiche e penso sia proprio per questa eredità che anch'io amo portare in tavola non solo armonia di ingredienti e sapori ma quel qualcosa di più che avevo sentito nella torta paradiso.

Deira

lunedì 18 febbraio 2008

L'attenzione

Ho creato per voi… ho assorbito e prodotto
PROUST E LO ZABAIONE

L’attenzione
L’attenzione per un profumo, per un odore, per un’immagine che ci porta: altrove, in un attimo, magicamente, all’improvviso (come un fiore che si apre in tanti petali) a mille ricordi.
L’attenzione, leggo l’articolo su un settimanale: ”Cercate un attimo per voi stessi, una sosta tra gli impegni quotidiani in cui fate qualcosa per voi e dite: dono a me stessa, ricevo da me stessa. Una piccola attenzione quotidiana”.
Proprio come stiamo facendo noi, ora. Per me è piacevolissimo, molto gradevole, mi fa star bene, sto bene qui, ora, con voi. È una coccola che faccio a me stessa, mi sento molto coccolata da me e da voi.
Martedì scorso si è parlato di attenzione, cercare l’attenzione degli altri può significare essere accolti, accettati, ascoltati, condividere. Qualcuno ha detto: ”A scuola dicevo molto di più di quel che mi veniva chiesto e parlavo, parlavo…”. Può significare anche sentirsi a disagio, in imbarazzo, come dicevano altre: “A volte, da piccola, essere al centro dell’attenzione della gente o dei compagni di scuola, può creare disagio e imbarazzo”.
Ciò nonostante penso che l’attenzione sia qualcosa di naturale e fondamentale per ognuno di noi.
Maria Luisa

domenica 17 febbraio 2008

È la legna

È la legna. L’odore inconfondibile della legna tagliata (a volte può bastare il semplice appuntire una matita) che mi porta indietro nel tempo. A vertigine.
Mattina presto: dunque mi sono alzata prima e sono ancora in pigiama, pigiama di flanella, va da sé, quello rosa con i fiorellini gialli e azzurri
Il momento (accipicchia che freddo!) è quello in cui, preceduto dal sentore di fuliggine mia madre accendeva la stufa. Momento magico perché solo lei poteva mettere mano al fuoco, solo lei dominava il calore che sarebbe scaturito dalla piastra su cui veniva messo, subito, il bollitore del latte. E dunque il profumo buono del latte caldo, profumo che da solo scaldava, per il suo semplice diffondersi nel breve perimetro della stanza. Il latte scaldato, il latte versato nella scodella dalla pancia tonda e abbondante, presa a due mani (ancora calore che consola le dita intirizzite) e portata davanti, quasi a ficcarci il naso. Ma non era quello, non era solo per annusare il profumo. Quello che andavo cercando era la magia della “panna”, quella pellicola sottile che vibrava sulla superficie del latte e che catturavo con due dita per farla scendere nella bocca rivolta verso l’alto. Ineffabile. Poi il pane, spezzato tagliato frantumato, andava ad affondarci dentro per diventare morbida polpa da consumare fra i denti. E fuori, attraverso i vetri delle finestre smerigliati di brina, faceva sempre più chiaro.
Chiara

sabato 16 febbraio 2008

Le tagliatelline

Mia nonna Corinna era una donna d'altri tempi, quando cucinare significava assolvere ad una delle necessità primarie dell'uomo e soddisfare il bisogno di sopravvivere, quando la gente mangiava in silenzio con la testa nella scodella facendo molta attenzione a quello che metteva in bocca perché sapeva che la sua razione non sarebbe stata sufficiente a riequilibrare le fatiche del giorno, quando non c'erano giornali o televisioni accese, e a tavola neppure si parlava del quotidiano, sempre uguale.

Per la Corinna il cibo era una cosa seria, per questo, forse, mangiava sempre da sola in cucina. Neppure per Natale si sedeva a tavola con noi, ma due cose le sapeva fare: il pocio coi tanti fagioli e poca carne e la sfoglia. Veramente la sfoglia le veniva con qualche buco ma lei non ci badava perché per le tagliatelle andava bene lo stesso. Per mia nonna io ero "il suo Paolo" e tutti i giorni preparava per me e solo per me un piatto di tagliatelline asciutte cotte nel brodo e condite con una razione più che democratica di burro e ricoperte di parmigiano. Se siete abituati a gusti forti e sapori intensi, lasciate perdere, ma se il vostro palato sa riconoscere sottili sfumature, se riuscite a trovare piacere anche nei cibi delicati soprattutto se figli dei prodotti della nostra terra, allora

Mia nonna è morta cinque anni, cinque mesi e due giorni dopo che il primo uomo ha messo piede sulla Luna. Era nata quando ancora non c'era la luce, e non ci ha mai creduto. Eravamo tutti davanti alla televisione e io le avevo detto:-Vieni a vedere che vanno sulla Luna-. Lei ha scosso la testa e poi ha detto:-Me a vag a let-.

Io continuo a mangiare taglitelline asciutte cotte nel brodo e condite con burro e formaggio.

Alcuni anni fa, il mio orario scolastico prevedeva che al martedì andassi a scuola verso mezzogiorno e vi restassi fino alle cinque per cui mi organizzavo. Andavo a prendere due etti di tagliatelline alla pasta fresca, le cuocevo nell'acqua con mezzo dado e le condivo, poi aprivo una bottiglia di lambrusco fatto con uva ancellotta del terreno forte di Begozzo, e, prima di sedermi a tavola, mettevo su il disco del "Valzer triste" di Sibelius che a me ricordava cose solo mie. Il tempo della musica era giusto quello per finire il piatto e vuotare il bicchiere, poi andavo in palestra e i miei scolari sarebbero stati bene, almeno per quell'ora.

Qualcuno potrebbe dire che cappelletti e Beethoven è un'altra cosa, ma questa è una situazione per il pranzo di Natale quando c'è tutta la famiglia allargata e non è un martedì alle undici e mezza.

In ogni caso se qualcuno volesse cose diverse potrebbe provare con una zuppa di verdura e pastina alle quattro del pomeriggio ascoltando l'Orietta Berti. A ciascuno il suo.

Paolo

venerdì 15 febbraio 2008

Appuntamento in Torteria

E’ difficile immaginare cosa può accadere davanti a una tazza di the al limone nella profumata atmosfera della Torteria di Via Baracca a Suzzara. Se poi a sorseggiare il the sono un gruppo di signore riunitesi per andare con la mente al bel tempo antico, sull’onda di profumi e aromi lontani, il gioco è fatto.

Qualcuno ha addirittura ventilato l’idea di mettere per iscritto quanto fosse emerso dall’incontro, di pubblicare il tutto in un libro (ed. Torteria) e devolvere il ricavato in beneficenza. Il titolo sul Corriere a caratteri cubitali era già nelle nostre menti: “Intraprendente gruppo di signore benefattrici …… ecc. ecc.”

Il caldo dell’ambiente, il buio incipiente oltre la vetrina, l’accenno a profumi che non si sentono più così spesso nella vita quotidiana, hanno indotto alcune di noi a narrare episodi del proprio passato legato spesso alle tradizioni, alle festività e naturalmente ai cibi ad esse correlati.

Chiara ha ricordato il profumo del brodo, sentito per caso passando davanti ad una finestra socchiusa. Per brodo noi intendiamo naturalmente quello di carne che in passato, come Chiara ha sottolineato, si faceva solo la domenica o se qualcuno in casa era ammalato.

Ma il brodo inevitabilmente scatena ricordi in tutte noi. Noemi ha ricordato il pranzo di una festa che si teneva in giugno nella casa dei suoi quando era piccola. Tale ricorrenza che vedeva molti parenti riunirsi per il pranzo di rito era preceduta da grandi preparativi culinari. Noemi ha ricordato tra le altre leccornie la torta taiadlina e naturalmente un brodo sostanzioso a base di cappone e altre carni genuine il cui profumo era già una mezza festa. E si sa che, se il brodo è buono, il secondo non è da meno.

Altre signore le cui fortunate origini contadine hanno lasciato loro il ricordo di riti legati alla stagionalità dei lavori della terra hanno parlato delle merende a base di cipolla e tonno o uova e dei minestroni e degli spezzatini offerti ai braccianti durante la mietitura e trebbiatura. Altre signore hanno ricordato la pigiatura dell’uva, le più giovani hanno ricordato le buffette fatte coi grappoli appena colti. Maria Luisa, leggendo direttamente da una rivista, ha citato odori perduti anche nelle città, come quello del salumaio, del panettiere o delle gomme di bicicletta. Quasi tutte hanno ricordato il profumo dei tortelli abbrustoliti la mattina di Natale o l’aroma delle bucce di mandarino scaldate sulla stufa a legna.

Alcune signore hanno parlato delle loro prime esperienze culinarie non sempre riuscite, ma legate alla vita di neospose e quindi grondanti amore e comprensione, nonostante strutto e peperoni non fossero al posto giusto.

In un batter d’occhio il tempo è passato e il gruppo si è sciolto dandosi appuntamento per il martedì successivo.

La famosa tazza di the ha fatto volare il tempo.

Arianna


È stato il profumo del brodo ….e non era domenica.

Ricordare, raccontare attraverso i sapori.
Oggi è più difficile. Tutto, cibi e occasioni, sono sempre e continuamente disponibili.
Non c’è più il tempo della festa, non c’è più il tempo delle stagioni e i profumi rari del cibo consumato nel momento del rito si sono persi.
O, forse, non proprio persi. Sono diventati, per così dire, dimenticabili perché comunque, in una qualsiasi giornata di un tempo qualsiasi, si possono ripetere. No c’è più nulla di, appunto, “raro” perché è tutto costantemente imbandito.
Ci bado, ci rifletto ora: im-bandito, ovvero, non bandito, non messo al bando, non escluso o esiliato per una qualunque ragione, sia essa climatica, stagionale, rituale… Tornano le stesse parole. Condite in diverse salse, ma le stesse.
Ricordo: il profumo del brodo di carne si sentiva nella mia casa e, per strada, usciva dalle altre case: non ci si sbaglia, è domenica.
Oggi? Dalle case sigillate non esce più alcun odore e comunque non sarebbe lo stesso. Nelle cucine non domina più la tradizione ma …altro. Non si tratta di giudicare l’oggi o di rimpiangere il buon tempo antico. Più semplicemente trovare una buona scusa o, meglio, una scusa “buona” per ricordare e appoggiare sulla carta il pensiero.
Perché, si sa, il pensiero è un po’ come le nuvole: piano piano si forma, si fa guardare, si fa riconoscere e poi, pian piano, si sfilaccia, sfuma e …se ne va.
Per questo è importante fissarlo, fotografarlo, creare una distanza tra noi e lui, definire quella differenza che lo può far vivere, e restare vivo, anche senza di noi.
Chiara

giovedì 14 febbraio 2008

Prima di tutto

Prima di tutto scomodiamo Proust, per dire come mai "les madeleines".
E, ancora, perchè un plurale, anzi, questo ancora prima.
Autrici di queste pagine sono donne che si sono trovate a raccontarsi ricordi legati a sapori, profumi, aromi del passato.
E, ancora, va ricordato il luogo accogliente e profumato in cui ci troviamo a parlarci. E' la "Torteria", dove, ad ogni incontro, Emanuela, nostra amabile ospite, ci offre, guarda un po', dolci madeleines.

da

Alla ricerca del tempo perduto

La strada di Swann

"Cosí per molto tempo, quando, stando sveglio ripensavo a Combray, non ne rividi mai se non quella specie di lembo luminoso, che si stagliava in mezzo a tenebre indistinte, simile a quelle che la vampa d'un fuoco di bengala o qualche proiettore elettrico illuminano e sezionano in un edificio, di cui le altre parti restino immerse nel buio: alla base, piuttosto larga, il salottino, la sala da pranzo, l'inizio dell'oscuro viale donde sarebbe giunto Swann, l'autore inconscio delle mie tristezze, il vestibolo per cui m'incamminavo verso il primo gradino della scala, che mi era tanto duro salire, e che costituiva da sola il tronco assai stretto di quella piramide irregolare; e in cima la mia camera da letto col piccolo corridoio dalla porta a vetri per cui entrava la mamma; in una parola, sempre veduto alla stessa ora, isolato da ogni cosa che vi potesse essere intorno, stagliandosi solo nell'oscurità, lo scenario strettamente indispensabile (come quello che si vede indicato a capo delle vecchie commedie per le rappresentazioni in provincia) al dramma dello spogliarmi, come se Combray non fosse consistita che in due piani riuniti da un’angusta scala, e come se là non fossero mai state che le sette di sera. A dire il vero, a chi m'avesse interrogato avrei potuto rispondere che Combray racchiudeva anche altre cose ed esisteva in altre ore. Ma, poiché quel che avrei ricordato mi sarebbe stato offerto soltanto dalla memoria volontaria, la memoria dell'intelligenza, e poiché le notizie essa dà sul passato non ne serbano nulla, non avrei mai avuto voglia di pensare a quel resto di Combray. Tutto questo, in verità, era morto per me.
Morto per sempre? Forse.
Il caso ha una grande parte in tutte queste cose, e un secondo caso, quello della nostra morte, spesso non ci per¬mette d'attendere a lungo i favori del primo.
Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secon¬do cui le anime di quelli che abbiamo perduto son prigio¬niere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all'albero, che veniamo in possesso dell'og¬getto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l'incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.
Cosí è per il passato nostro. È inutile cercare di rievocar¬lo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si, nasconde all'infuori del suo campo e del suo raggio d'a¬zione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest'oggetto materiale) che noi non sup¬poniamo. Quest'oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.
Già da molti anni, di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva piú per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po' di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella man¬dò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiama¬ti Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d'una conchiglia di san Giacomo. Ed ec¬co, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d'un triste domani, portai alle labbra un cuc¬chiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di made¬leine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a bri¬ciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quan¬to avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'a¬veva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale;
Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e del biscotto, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di piú che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. È tempo ch'io mi fermi, la virtú della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre mino¬re, quella stessa testimonianza che io sono incapace d'inter¬pretare e che voglio almeno poterle domandare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce.
E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quel¬lo stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l'evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarmi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l'impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l'udito e l'attenzione dai rumori della stan¬za accanto. Ma, sentendo come l'animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d'un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto, di nuovo gli metto di fronte il sapore an¬cora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità; non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate.
Certo, ciò che palpita cosí in fondo a me dev'essere l'im¬magine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita troppo lontano, in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l'inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma
non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo inter¬prete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo con¬temporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chie¬derle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti.
Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'attimo antico che l'attrazione d'un attimo identi¬co è venuta cosí di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel piú profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento piú nulla, s'è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre? Debbo ricominciare, chi¬narmi su di lui dieci volte. E ogni volta la viltà, che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa impor¬tante, m'ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei de¬sideri di domani, che si possono ripercorrere senza fatica.
E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio. La vista del biscotto, prima d'assaggiarlo, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone visti spesso, senza mangiarli, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni piú recenti; forse perché di quei ricordi cosí a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravvi¬veva, tutto s'era disgregato; le forme - anche quella della conchiglietta di pasta, cosí grassamente sensuale, sotto la sua veste a pieghe severa e devota - erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d'espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, piú¬ tenui ma piú vividi, piú immateriali, piú persistenti, piú fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.
E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse cosí felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza, dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d'acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, cosí ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè."