lunedì 7 dicembre 2009

Come faccio se capita a me?

Avevo sei anni e mezzo. La prospettiva mi sgomentava tanto che l’atmosfera che mi circondava non arrivava a toccarmi.
Le donne si affaccendavano ridendo della loro trovata, che avrebbe reso ancora più allegro il grande pranzo. Allegro lo sarebbe stato comunque; lo si era organizzato apposta per festeggiare tutti insieme la caduta della legge truffa. Naturalmente non sapevo che roba fosse, ma vedevo che tutti esultavano. Tutti i “grandi” di quella piccola composita comunità.
Non so come si fossero potuti ricavare tanti appartamenti da tutte le aree povere, di servizio, dei due grandi edifici: il consorzio agrario e i magazzini del formaggio. Seminterrati, mezzanini, cantine... in ogni angolo c’era l’alloggio di una famiglia, e le famiglie erano tante. In quegli anni, in quell’ambiente, non si avvertivano differenze sociali; non c’erano forse; certamente io non le percepivo. Percepivo quella specie di familiarità che legava tutti, la Maria, l’Oriemme, la Pierina, un’altra Maria... Che strano! ricordo solo donne (oltre a mio padre e a Ottorino il cieco). Ma ce n’erano altri, solo che probabilmente rincasavano a sera, quando noi bambini dovevamo smettere le scorribande da un appartamento all’altro. Ma certo che c’erano gli uomini! Era organizzato per loro lo scherzo, in segreto, tra le donne che preparavano i cappelletti.
Era proprio festa grande se in quei tempi di magra si facevano tutti quei cappelletti; per quanti? almeno per trenta persone, io credo.
A chi fosse venuto il lampo di genio non lo ricordo, ma so che tutte avevano accettato l’idea con entusiasmo, e ne ridevano mentre lo mettevano in atto. All’interno di qualche cappelletto, solo qualcuno, veniva messo un fagiolo secco. Le matte risate che si sarebbero fatte a vedere le facce dei malcapitati!
Ma io no, non ridevo per niente. Se fosse capitato a me il fagiolo secco, tutti mi avrebbero guardato, tutti avrebbero riso, e questa possibilità mi terrorizzava. Ero una bambina invisibile, che diventava visibile solo quando faceva ridere, ero quindi una bambina che preferiva essere invisibile.
E mentre fervevano i preparativi, trovai la mia soluzione: avrei fatto finta di niente, l’avrei masticato piano senza dire niente.
Il fagiolo secco non mi capitò, ma di quella festa ricordo solo il mio terrore.
Catia

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