Non si possono condensare i ricordi dell'infanzia legati a due persone speciali, uniche, come i due nonni adottivi che ho avuto la fortuna di avere come vicini di casa per anni ed anni: la Elva e Gino. Proverò a raccontare di come la loro casa, seppure di tante stanze, si concentrasse nell'ampia cucina e soprattutto sul grande tavolo dal ripiano di marmo grigio: lì tutte le attività principali prendevano vita. La Elva stirava, con il pentolino di acqua nel quale intingeva le dita spruzzando poi per inumidire il bucato, con un ferro da stiro antiquato (eppure le camicie ne uscivano perfette come se avesse la più moderna Stirella a vapore). Su quel tavolo Gino leggeva il giornale, serio ed attento ad ogni notizia, oppure mi insegnava splendidi giochi con le carte da briscola di cui ora, purtroppo, mi rimane soltanto il ricordo di nomi intriganti, come il Parolotto o il Cularino. Ma il monumentale tavolo di marmo era soprattutto, giustamente, teatro delle meravigliose alchimie culinarie di quella splendida coppia, affiatata e brontolona, miniera inesauribile di insegnamenti antichi e profondi, sulla terra, sugli ortaggi, sulla cucina ma soprattutto sulla vita.
I ricordi si affastellano: gli gnocchi di patate avanzati dal pranzo e riscaldati con il latte nel pentolino sul fuoco; il tonno al venerdì, comprato sfuso nella carta oleata, con un sapore mai più ritrovato; la sfoglia perfetta di dieci e più uova, tonda e liscia come un'enorme luna e la coltellina che si muoveva veloce sulla pasta arrotolata a ricavarne tagliatelle, tagliatelline e straciamús. Come dimenticarsi dei maltagliati, degli straciamtis appunto, cotti in un minestrone di verdura profumatissimo e denso che Gino preparava con cura a partire da un soffritto di lardo e cipolla a cui aggiungeva a tocchetti tutte le verdure del suo ricchissimo orto. Alla Elva, invece, associo il profumo croccante e sempre nuovo della chisóla, la schiacciata. Durante la settimana si conservavano tutti i residui dei condimenti di cucina: l'unto del cotechino, il sugo dell'arrosto e tutto ciò che non doveva essere sprecato nel rispetto della più pura tradizione contadina, contribuiva a reinventare ogni settimana quel meraviglioso impasto di farina, sale e lievito, croccante ai bordi e morbido nel centro. La Elva picchiettava l'impasto per stenderlo nella teglia di alluminio, aggiungeva il sale in superficie e poi copriva la teglia con un canovaccio pulito. Bisognava aspettare a lungo che la lievitazione fosse completa prima di infornare; io controllavo almeno dieci volte sotto il canovaccio per vedere quanto fosse cresciuta. E infine il forno e poi l'aroma che iniziava discreto e poi prendeva prepotentemente piede in cucina e poi in tutta la casa. La ricetta era sempre la stessa ma il profumo e il sapore cambiavano sempre: la migliore merenda che io abbia mai assaggiato...
Cecilia
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