giovedì 8 maggio 2008

Il pranzo dalla nonna Amelia

C'è stato un tempo (circa quarant'anni fa, ma preferisco non pensarci...) in cui le scuole elementari Olga Visentini erano così affollate che una classe a turno doveva fare lezione al pomeriggio. Quando capitava, non so chi delle due fra me e la nonna Amelia, che abitava proprio di fronte alle scuole, fosse la più felice. Per lei avermi ospite era una festa e per me, già da allora buongustaia e cicciottella, era un trionfo di piatti semplici, classici, cucinati con una cura ed un'attenzione che ne rendevano unico il sapore.

Immancabili erano gli gnocchi di patate, che io prediligevo sopra ogni cosa, accuratamente disegnati con la grattugia come tante perfette tartarughe, ammonticchiate nel loro sughetto di pomodoro e burro, sulle quali spargevo abbondante parmigiano già pregustando la morbidezza con la quale si sarebbero sciolti fra lingua e palato. In alternativa mi aspettava un piatto di tagliatelle fatte in casa con i piselli freschi (una montagna di piselli, quasi quante tagliatelle, nei quali trovavo qualche fogliolina di basilico scappata alla attenta mondatura della nonna). Per la nonna, la sfoglia fatta in casa era un rito sacro, al quale mi ha iniziata all'età di circa dieci anni, incoraggiandomi anche quando il risultato non era perfettamente simmetrico, l'importante era che non ci fossero buchi, quelli proprio non erano ammessi!

Come tutti i bambini anch'io cercavo nel piatto delle tagliatelle la particolarità, l'eccezione considerata la più prelibata: la tagliatella che, rimasta ripiegata, si era cotta conservando una consistenza diversa dalle altre (anche perché va detto che la nonna non cuoceva proprio al dente...). Ricordo poi l'arrosto di pollo, croccante e perfetto, le patatine migliori del mondo e per finire il budino con lo zabaione.

Due nei soltanto scalfiscono la reputazione di cuoca perfetta della nonna Amelia: il suo perfezionismo che la spingeva a scartare tutta la parte bianca e costoluta dell'insalata lattuga (da me prediletta e da lei giudicata buona solo per polli e conigli) e il caffe d'orzo. Quest'ultimo rimane tuttora un incubo per me: era impossibile rifiutarsi di berlo, per la nonna sarebbe stata un'offesa insopportabile. Quindi mi sottoponevo stoicamente al rito di quella brodaglia dall'odore nauseabondo, servita in floreali e purtroppo capienti tazzine di arcopal, guardando preoccupata la nonna aggiungere grandi quantità di zucchero. Soltanto adolescente, quando ormai la nonna aveva già festeggiato i novant'anni, ho avuto il coraggio di confessarle la mia repulsione per il caffé d'orzo. Ricordo ancora la sua espressione incredula ma non ferita: infatti, pensando ad uno scherzo, ha continuato imperterrita ad accogliermi con l'aroma dell'odiato caffé d'orzo.

Cecilia

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