Quell'odore era inequivocabile quanto sgradevole: nella pentola sulla stufa sobbollivano le trippe.
Passando il tempo, però, per una strana alchimia, lentamente, quell'odore diventava profumo appetitoso che anticipava il piacere di gustare una scodella fumante di quelle trippe spolverate di parmigiano.
Odori e sapori antichi, consueti, ai quali ci si abituava da bambini. "Sabato trippe" si leggeva all'entrata delle trattorie.
Ricordo mia madre che pontificava sugli ingredienti: cordone, centopelli, osso di ginocchio, verdure, perché ogni massaia personalizzava la sua ricetta.
Ricordo le operazioni di raschiatura, lavaggio, sbollentatura, affinché le trippe diventassero bianche e perfette per il taglio, che doveva avere la misura delle tagliatelle larghe un dito.
Oggi il banco del Supermercato espone qualche vassoio con le trippe già tagliate, sbiancate, sanificate, pronte per essere cucinate, ma è un cibo "da poveri", meglio una confezione di wurstel o di pollo allevato in batteria che spesso, cuocendo, odora non proprio gradevolmente.
Questi sono gli odori nuovi ai quali sono abituati i nostri figli, quelli antichi si sono persi, vinti dalle scatolette asettiche, veloci e impersonali.
Per rivalutare odori e sapori inconsueti, per farli diventare attuali, forse è d'obbligo passare per
Deira
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