domenica 17 febbraio 2008

È la legna

È la legna. L’odore inconfondibile della legna tagliata (a volte può bastare il semplice appuntire una matita) che mi porta indietro nel tempo. A vertigine.
Mattina presto: dunque mi sono alzata prima e sono ancora in pigiama, pigiama di flanella, va da sé, quello rosa con i fiorellini gialli e azzurri
Il momento (accipicchia che freddo!) è quello in cui, preceduto dal sentore di fuliggine mia madre accendeva la stufa. Momento magico perché solo lei poteva mettere mano al fuoco, solo lei dominava il calore che sarebbe scaturito dalla piastra su cui veniva messo, subito, il bollitore del latte. E dunque il profumo buono del latte caldo, profumo che da solo scaldava, per il suo semplice diffondersi nel breve perimetro della stanza. Il latte scaldato, il latte versato nella scodella dalla pancia tonda e abbondante, presa a due mani (ancora calore che consola le dita intirizzite) e portata davanti, quasi a ficcarci il naso. Ma non era quello, non era solo per annusare il profumo. Quello che andavo cercando era la magia della “panna”, quella pellicola sottile che vibrava sulla superficie del latte e che catturavo con due dita per farla scendere nella bocca rivolta verso l’alto. Ineffabile. Poi il pane, spezzato tagliato frantumato, andava ad affondarci dentro per diventare morbida polpa da consumare fra i denti. E fuori, attraverso i vetri delle finestre smerigliati di brina, faceva sempre più chiaro.
Chiara

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