domenica 24 febbraio 2008

Cibo

S. de Beauvoir

da "Memorie di una ragazza perbene"


La principale funzione di Louise e della mamma era quella di nutrirmi, compito non sempre facile. Attraverso la bocca il mondo entrava in me più intimamente che non attraverso gli occhi o le mani. Non lo accettavo in blocco. La scipitezza delle creme di grano tenero, i brodi d'avena, i pangrattati, mi strappavano le lacrime; l'untuosità dei grassi, il mistero vischioso delle conchiglie mi rivoltavano; singhiozzi, gridi, vomiti, le mie repulsioni erano così ostinate che rinunciarono a combatterle. In compenso, approfittavo con passione del privilegio dell'infanzia, per la quale la bellezza, il lusso, la felicità, sono cose che si mangiano; davanti alle confetterie di rue Vavin restavo pietrificata, affascinata dallo splendore della frutta candita, dal cangiante dei marzapani, dalla screziata fioritura dei bonbons; verde, rosso, arancione, viola: agognavo i colori non meno dei piaceri che promettevano. Avevo spesso l'occasione di tramutare l'ammirazione in godimento. La mamma pestava delle mandorle tostate in un mortaio, mescolava quella poltiglia granu­losa con crema gialla; il rosa dei bonbons digradava in sfumature squisite: affondavo il mio cucchiaio in un tramonto. Le sere in cui i miei genitori ricevevano, gli specchi del salotto moltiplicavano i fuochi d'un lampadario di cristallo. La mamma sedeva al piano a coda, una signora vestita di tulle suonava il violino, e un cugino il violoncello. Io facevo crocchiare tra i denti il guscio d'un finto frutto, una palla di luce scoppiava contro il mio palato con un sa­pore di ratafià o d'ananas: possedevo tutti i colori e tutte le fiamme, le sciarpe di velo, i brillanti, i merletti, possedevo tutta la festa. I paradisi dove scorrono il latte e il miele non m'hanno mai attirato, ma invidiavo alla Fata Tartina la sua camera da letto in marzapane: se quest'universo che abitiamo fosse tutto commestibile, che presa avremmo su di esso! Adulta, avrei voluto pascolare nei mandorli in fiore, mordere nelle mandorle tostate del tramonto. Contro il cielo di New York, le insegne al neon mi parvero giganteschi dol­ciumi, suscitandomi un senso di frustrazione.

Mangiare non era soltanto un'esplorazione e una conquista, ma il più serio dei miei doveri. - Un cucchiaio per la mamma, uno per la nonna... Se non mangi non diventerai mai grande -. Mi facevano mettere con le spalle al muro dell'ingresso, tracciavano un segno all'altezza della mia testa, che veniva confrontato con un segno pre­cedente: ero cresciuta di due o tre centimetri, si congratulavano con me, e io mi davo delle arie; a volte, tuttavia, mi spaventavo. Il sole accarezzava il parquet lucido e i mobili laccati in bianco. Guardavo la poltrona della mamma e pensavo: « Non potrò più sedermi sulle sue ginocchia ». D'improvviso, l'avvenire esisteva; mi avrebbe cam­biata in un'altra che avrebbe detto io e non sarebbe più stata me.

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