sabato 16 febbraio 2008

Le tagliatelline

Mia nonna Corinna era una donna d'altri tempi, quando cucinare significava assolvere ad una delle necessità primarie dell'uomo e soddisfare il bisogno di sopravvivere, quando la gente mangiava in silenzio con la testa nella scodella facendo molta attenzione a quello che metteva in bocca perché sapeva che la sua razione non sarebbe stata sufficiente a riequilibrare le fatiche del giorno, quando non c'erano giornali o televisioni accese, e a tavola neppure si parlava del quotidiano, sempre uguale.

Per la Corinna il cibo era una cosa seria, per questo, forse, mangiava sempre da sola in cucina. Neppure per Natale si sedeva a tavola con noi, ma due cose le sapeva fare: il pocio coi tanti fagioli e poca carne e la sfoglia. Veramente la sfoglia le veniva con qualche buco ma lei non ci badava perché per le tagliatelle andava bene lo stesso. Per mia nonna io ero "il suo Paolo" e tutti i giorni preparava per me e solo per me un piatto di tagliatelline asciutte cotte nel brodo e condite con una razione più che democratica di burro e ricoperte di parmigiano. Se siete abituati a gusti forti e sapori intensi, lasciate perdere, ma se il vostro palato sa riconoscere sottili sfumature, se riuscite a trovare piacere anche nei cibi delicati soprattutto se figli dei prodotti della nostra terra, allora

Mia nonna è morta cinque anni, cinque mesi e due giorni dopo che il primo uomo ha messo piede sulla Luna. Era nata quando ancora non c'era la luce, e non ci ha mai creduto. Eravamo tutti davanti alla televisione e io le avevo detto:-Vieni a vedere che vanno sulla Luna-. Lei ha scosso la testa e poi ha detto:-Me a vag a let-.

Io continuo a mangiare taglitelline asciutte cotte nel brodo e condite con burro e formaggio.

Alcuni anni fa, il mio orario scolastico prevedeva che al martedì andassi a scuola verso mezzogiorno e vi restassi fino alle cinque per cui mi organizzavo. Andavo a prendere due etti di tagliatelline alla pasta fresca, le cuocevo nell'acqua con mezzo dado e le condivo, poi aprivo una bottiglia di lambrusco fatto con uva ancellotta del terreno forte di Begozzo, e, prima di sedermi a tavola, mettevo su il disco del "Valzer triste" di Sibelius che a me ricordava cose solo mie. Il tempo della musica era giusto quello per finire il piatto e vuotare il bicchiere, poi andavo in palestra e i miei scolari sarebbero stati bene, almeno per quell'ora.

Qualcuno potrebbe dire che cappelletti e Beethoven è un'altra cosa, ma questa è una situazione per il pranzo di Natale quando c'è tutta la famiglia allargata e non è un martedì alle undici e mezza.

In ogni caso se qualcuno volesse cose diverse potrebbe provare con una zuppa di verdura e pastina alle quattro del pomeriggio ascoltando l'Orietta Berti. A ciascuno il suo.

Paolo

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