giovedì 14 febbraio 2008

Prima di tutto

Prima di tutto scomodiamo Proust, per dire come mai "les madeleines".
E, ancora, perchè un plurale, anzi, questo ancora prima.
Autrici di queste pagine sono donne che si sono trovate a raccontarsi ricordi legati a sapori, profumi, aromi del passato.
E, ancora, va ricordato il luogo accogliente e profumato in cui ci troviamo a parlarci. E' la "Torteria", dove, ad ogni incontro, Emanuela, nostra amabile ospite, ci offre, guarda un po', dolci madeleines.

da

Alla ricerca del tempo perduto

La strada di Swann

"Cosí per molto tempo, quando, stando sveglio ripensavo a Combray, non ne rividi mai se non quella specie di lembo luminoso, che si stagliava in mezzo a tenebre indistinte, simile a quelle che la vampa d'un fuoco di bengala o qualche proiettore elettrico illuminano e sezionano in un edificio, di cui le altre parti restino immerse nel buio: alla base, piuttosto larga, il salottino, la sala da pranzo, l'inizio dell'oscuro viale donde sarebbe giunto Swann, l'autore inconscio delle mie tristezze, il vestibolo per cui m'incamminavo verso il primo gradino della scala, che mi era tanto duro salire, e che costituiva da sola il tronco assai stretto di quella piramide irregolare; e in cima la mia camera da letto col piccolo corridoio dalla porta a vetri per cui entrava la mamma; in una parola, sempre veduto alla stessa ora, isolato da ogni cosa che vi potesse essere intorno, stagliandosi solo nell'oscurità, lo scenario strettamente indispensabile (come quello che si vede indicato a capo delle vecchie commedie per le rappresentazioni in provincia) al dramma dello spogliarmi, come se Combray non fosse consistita che in due piani riuniti da un’angusta scala, e come se là non fossero mai state che le sette di sera. A dire il vero, a chi m'avesse interrogato avrei potuto rispondere che Combray racchiudeva anche altre cose ed esisteva in altre ore. Ma, poiché quel che avrei ricordato mi sarebbe stato offerto soltanto dalla memoria volontaria, la memoria dell'intelligenza, e poiché le notizie essa dà sul passato non ne serbano nulla, non avrei mai avuto voglia di pensare a quel resto di Combray. Tutto questo, in verità, era morto per me.
Morto per sempre? Forse.
Il caso ha una grande parte in tutte queste cose, e un secondo caso, quello della nostra morte, spesso non ci per¬mette d'attendere a lungo i favori del primo.
Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secon¬do cui le anime di quelli che abbiamo perduto son prigio¬niere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all'albero, che veniamo in possesso dell'og¬getto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l'incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.
Cosí è per il passato nostro. È inutile cercare di rievocar¬lo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si, nasconde all'infuori del suo campo e del suo raggio d'a¬zione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest'oggetto materiale) che noi non sup¬poniamo. Quest'oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.
Già da molti anni, di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva piú per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po' di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella man¬dò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiama¬ti Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d'una conchiglia di san Giacomo. Ed ec¬co, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d'un triste domani, portai alle labbra un cuc¬chiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di made¬leine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a bri¬ciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quan¬to avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'a¬veva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale;
Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e del biscotto, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di piú che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. È tempo ch'io mi fermi, la virtú della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre mino¬re, quella stessa testimonianza che io sono incapace d'inter¬pretare e che voglio almeno poterle domandare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce.
E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quel¬lo stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l'evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarmi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l'impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l'udito e l'attenzione dai rumori della stan¬za accanto. Ma, sentendo come l'animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d'un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto, di nuovo gli metto di fronte il sapore an¬cora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità; non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate.
Certo, ciò che palpita cosí in fondo a me dev'essere l'im¬magine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita troppo lontano, in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l'inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma
non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo inter¬prete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo con¬temporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chie¬derle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti.
Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'attimo antico che l'attrazione d'un attimo identi¬co è venuta cosí di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel piú profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento piú nulla, s'è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre? Debbo ricominciare, chi¬narmi su di lui dieci volte. E ogni volta la viltà, che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa impor¬tante, m'ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei de¬sideri di domani, che si possono ripercorrere senza fatica.
E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio. La vista del biscotto, prima d'assaggiarlo, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone visti spesso, senza mangiarli, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni piú recenti; forse perché di quei ricordi cosí a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravvi¬veva, tutto s'era disgregato; le forme - anche quella della conchiglietta di pasta, cosí grassamente sensuale, sotto la sua veste a pieghe severa e devota - erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d'espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, piú¬ tenui ma piú vividi, piú immateriali, piú persistenti, piú fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.
E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse cosí felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza, dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d'acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, cosí ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè."

3 commenti:

Graziella ha detto...

Lettura piacevole, continuate!

Chiara ha detto...

Grazie della visita ...e del commento! Dai, vieni anche tu!

Graziella ha detto...

martedì palestra, sorry. Ma voi continuate, io vi leggo!