Mi piaceva andare all’ “esilo”, mi piaceva giocare nell’ampio giardino situato dietro al chiostro, lo stesso che oggi è meta di pellegrinaggi e visite turistiche.
La sede dei miei primi anni di scuola era inserita nel grande complesso matildico di S.Benedetto Po, e io, ancora oggi, vado fiera di averne frequentato gli angoli più nascosti nei miei allegri giochi di bambina.
Spesso ci ritorno ed è bello calpestare le pietre su cui correvo giocando “a lupo”, toccare i muri contro i quali biascicavo le conte del “nascondino”, ma soprattutto guardare la madonna.
C’era sopra la vecchia porta della scuola un grande dipinto della vergine dai colori pastello decisi, senza sfumature: rosa la faccia, azzurro cielo il mantello, gialline le mani. Era bella, sorridente ma io ne ero terrorizzata per via di tutti quei serpenti che le riposavano sotto i piedi, formando un groviglio ributtante. Mi attaccavo allora alla gonna della nonna, chiudevo gli occhi e cantilenavo parole strane a mo’ di preghiera, finchè con un balzo non avevo varcato la soglia. “Salva!” mi dicevo “Almeno fino a domattina quando, sicuramente, un serpente si staccherà , mi cadrà addosso e avvolgendomi tutta mi mangerà in un boccone”.
Quello che in realtà veniva mangiato in un boccone erano le merende che profumavano il mio cestino di cartone rosa. Preparate al mattino dalla nonna e mangiate al pomeriggio avevano il profumo e il sapore delle cose desiderate.
Durante l’odiato pisolino consumato con la testa sul banco, rigorosamente sveglia aprivo il mio scrigno e di nascosto dalla suora ne esploravo l’interno pregustando le meraviglie che vi stavano nascoste. C’era la mezza mela dalla polpa già scura, il mattoncino di gelatina tremolante e dolcissima, pane burro e zucchero o pane con quella cioccolata che veniva tagliata a fette da una forma tipo “pan carrè” riparata da un sottilissima stagnola, quasi una buccia. Qualche volta c’era anche la banana, che io però barattavo volentieri , anche se con scarso successo.
Ma uno dei sapori che ho amato di più e che non mi ha mai abbandonato è quello del minestrone servito dentro la scodella di alluminio. Il suo profumo si spandeva per tutte le sale, forte, deciso, sovrastante.
Ancora oggi è l’odore prevalente nell’album dei miei ricordi.
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