L’occasione era ghiotta: uno dei tanti viaggi turistici che portavano mia suocera in terra straniera e quindi lontana da casa per almeno una decina di giorni.
Così una mattina mi infilai il grembiule con la scritta “par na buna taiadela fora l’as e la canela”… quasi un ordine!
Da un po’ di tempo, infatti, mi era diventato insopportabile il pensiero che mia figlia, con i suoi dieci anni, facesse ogni domenica mattina una piccola sfoglia perfettamente tonda. Lei e la nonna, una di fronte all’altra, sulla stessa tavola e lei, piccolina, in ginocchio sulla sedia a compiere insieme quei gesti così veloci, precisi, sicuri, quelli che “o fai così o la sfoglia non viene proprio”.
E allora sistemata l’enorme asse e brandita la canela, mi dissi: “Qui si fa la sfoglia o si muore!”
Versata la farina, movimento circolare dell’indice, creo nel mezzo un cratere, dove verso 2 uova. L’impresa è mescolare i 2 ingredienti che sembrano non volerne sapere di stare insieme: l’uovo fugge in rivoletti dispettosi e velocissimi. Finalmente tra le mie mani dalle dita come salsicciotti di pasta, c’è una sorta di impasto “grugnoloso” che lavorato con forza diventa liscio. Adesso ho la mia palla pronta da spianare. Le do una forma rotonda e comincio e darci dentro con la “canela”. Si attacca, è forse troppo elastica: niente paura, basta aggiungere un po’ di farina.
Si indurisce sotto il rullare del matterello, inizia a rompersi. Con qualche rattoppo proseguo nella mia impresa compiendo uno dei gesti più difficili: riavvolgere la sfoglia sul matterello, lisciarla quasi con violenza (le mani rigorosamente senza anelli), e infine riporla sull’asse accompagnandola con una sorta di carezza.
E’ questo il gesto chiave per una sfoglia rotonda.
La mia creatura, invece, quella prima volta nacque con i contorni frastagliati e così bislunga da assomigliare alla Sardegna, una Sardegna di uova e farina.
A guardarla bene, nella parte centrale, dove i rattoppi erano più spessi si poteva persino individuare il profilo del Gennargentu.
Quel giorno, comunque, mangiammo maltagliati fatti in casa.
Così una mattina mi infilai il grembiule con la scritta “par na buna taiadela fora l’as e la canela”… quasi un ordine!
Da un po’ di tempo, infatti, mi era diventato insopportabile il pensiero che mia figlia, con i suoi dieci anni, facesse ogni domenica mattina una piccola sfoglia perfettamente tonda. Lei e la nonna, una di fronte all’altra, sulla stessa tavola e lei, piccolina, in ginocchio sulla sedia a compiere insieme quei gesti così veloci, precisi, sicuri, quelli che “o fai così o la sfoglia non viene proprio”.
E allora sistemata l’enorme asse e brandita la canela, mi dissi: “Qui si fa la sfoglia o si muore!”
Versata la farina, movimento circolare dell’indice, creo nel mezzo un cratere, dove verso 2 uova. L’impresa è mescolare i 2 ingredienti che sembrano non volerne sapere di stare insieme: l’uovo fugge in rivoletti dispettosi e velocissimi. Finalmente tra le mie mani dalle dita come salsicciotti di pasta, c’è una sorta di impasto “grugnoloso” che lavorato con forza diventa liscio. Adesso ho la mia palla pronta da spianare. Le do una forma rotonda e comincio e darci dentro con la “canela”. Si attacca, è forse troppo elastica: niente paura, basta aggiungere un po’ di farina.
Si indurisce sotto il rullare del matterello, inizia a rompersi. Con qualche rattoppo proseguo nella mia impresa compiendo uno dei gesti più difficili: riavvolgere la sfoglia sul matterello, lisciarla quasi con violenza (le mani rigorosamente senza anelli), e infine riporla sull’asse accompagnandola con una sorta di carezza.
E’ questo il gesto chiave per una sfoglia rotonda.
La mia creatura, invece, quella prima volta nacque con i contorni frastagliati e così bislunga da assomigliare alla Sardegna, una Sardegna di uova e farina.
A guardarla bene, nella parte centrale, dove i rattoppi erano più spessi si poteva persino individuare il profilo del Gennargentu.
Quel giorno, comunque, mangiammo maltagliati fatti in casa.
Bruna
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