giovedì 3 aprile 2008

Gli spaghetti

Ricordo come fosse adesso: lo sguardo di lui era perplesso e tutta l’espressione del viso, a dir poco, smarrita.

Eppure il viaggio della forchetta dal piatto alla bocca era deciso, disinvolto, quasi allegro.

In pochissimo tempo, infatti, la notevole montagna di spaghetti sparì prima ancora che io finissi la mia tristissima ciotola d’insalata scondita.

Fu a quel punto che mio marito ingaggiò una tremenda lotta con i rimasugli di pasta rimasti pervicacemente incollati al fondo del piatto, come lunghi lacci da scarpe.

Il sorriso era imbarazzato, gli occhi chiedevano comprensione. Alla fine si arrese “Mia ch’am piasa mia, ansi! Ma iultum an gl’a cav mia a veri” (1).

Quel suo suzzarese doc era una delle tante cose che di lui mi avevano conquistato.

La sera di ritorno dall’ufficio mi confessò di aver sbadigliato tutto il pomeriggio.

“Ancora adès am senti an quadrel in s’al stomac, cal va né so né so (2).

“Strano” ribattei io “In fondo hai mangiato solo un piatto di spaghetti in bianco!”.

Il suo tenero abbraccio (come può essere tenero un abbraccio a due mesi dal matrimonio) non ci fece sentire che, intorno a noi, nella piccola cucina, c’era ancora il “profumo” dello strutto che solo poche ore prima aveva sfrigolato nel pentolino di acciaio inox.

Quanto amore in quel piatto di spaghetti!

Bruna

(1) Non che non mi piacciano, anzi! Ma gli ultimi non riesco a scollarli dal piatto.

(2) Ancora adesso mi sento un peso nello stomaco che non va né su né giù.


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