venerdì 11 aprile 2008

Sentendo parlare la Deira e la Catia

Quando ci si trova in “Torteria” raramente si discorre seguendo un filo omogeneo. Più spesso le parole percorrono sentieri diversi e si lascia che vaghino un po’ dove pare loro. È stato così che la Catia e la Deira hanno ricordato i luoghi della loro infanzia, strade con le case attaccate l’una all’altra o caseggiati abitati da numerose famiglie che vivevano gomito a gomito.

Io, invece, che abitavo in una casa più simile a una corte di campagna (con la stalla, la porcilaia, il pollaio, l’orto…), non ho memoria di luoghi affollati del “quotidiano vivere” delle persone, se non quando attraversavo il cortile che, passata la porticina che si apriva nel grande portone nero (ma più in alto del margine inferiore che bisognava comunque scavalcare), mi portava alla strada parallela alla mia via Cavour. Era lì che si mescolavano le vite e le attività di diverse famiglie assiepate in poche stanze: odore di cibo, di lisciva, di altri più indiscreti sentori.

Oggi, che guardo con curiosità diversa luoghi e percorsi di Suzzara, immagino queste scorciatoie, tagli nell’abitato, come residui di una città remota, tutta arrotolata attorno alla piazza di ciottoli e portici.

E infatti subito fuori da quel ristretto perimetro (ma il mio punto di vista non è circolare - i miei passi bambini non mi portavano mai lontano, e poi c’era la Buba, vecchia strega che portava via i bambini - e quindi sarebbe più corretto dire “da quel lato di quel ristretto perimetro”) c’era ciò che la città non poteva contenere: il macello, la rivendita della legna e del carbone, l’osteria dei carrettieri, la campagna… Dall’abitato al non abitato la sfumatura era tuttavia lenta. C’erano anche botteghe, ed è qui che volevo arrivare, non i luoghi alveare ma, per rimanere nella metafora, i fiori su cui si radunavano le api: le botteghe, appunto (il luogo dei fuchi era, ovviamente, la piazza).

Ricordo che raramente sono entrata in una bottega senza che ci fosse qualcuno (donna, ovviamente) che si attardava negli acquisti che tuttavia non ho mai visto abbondanti. Stavano in mano o raccolti su un braccio piegato. Ovvio che, abitando io al “Macello” (parola che non indicava “il” luogo, ma quello e l’intorno, così come la “Piazza”, il “Castello”, il “Vaticano”, ecc.), sto parlando della Primina. “Chiara, vo da la Primina a to…”. Profumo di salame… più di salame e mortadella che di prosciutto… Dominava sugli altri tranne che in inverno, sotto Natale, quando era sovrastato dal più prepotente e acuto aroma dei pesci marinati: psin putana e anguilla. Io aspettavo, coi soldi stretti in mano o con il libretto su cui veniva rendicontata la spesa che di quindici in quindici giorni veniva saldata. Aspettavo, intanto che le chiacchiere appassivano fino al momento in cui qualcuno si accorgeva di me e venivo interpellata. Gli aggiornamenti non erano alla mia portata. Li seguivo, però, incantata, come quando ascoltavo “all’aradio” le storie che mi piacevano tanto e che mi rapivano.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia che mi racconta altre storie ancora e mi allontana da via Toti e dagli altri luoghi dei profumi.

L’osteria di Corradini buttava fuori golosissimi assaporamenti di sughi a disposizione di uomini scuri di lavoro e fatica, anche un po’ inquietanti per la noncuranza di quel loro dialetto poco sorvegliato, vestiti di abiti qualsiasi ma dotati del privilegio di fermarsi all’osteria a mangiare, a bere, a fumare, a giocare a carte…

E poi la tabaccheria… profumo di sigaretta, certo, ma mischiato a quello della liquirizia dei “disoccupati”, omini succosi e succulenti, morbidi da far sciogliere e da masticare con il piacere che si dedica alle cose rare.

Davanti al forno bisognava passare di mattina un po’ presto se volevi essere avvolta dal profumo caldo del pane, anche di domenica, quando, d’estate, donne andavano a portare a cuocere teglie di lasagne che già esalavano anticipi di pranzi odorosi.

Ma, se questi erano luoghi di piacere, ce n’era uno decisamente suggestivo per più preoccupanti ma non meno deliziose fantasie. La rivendita della legna e del carbone era un luogo scuro anche in piena luce, polveroso, occupato da cataste e cumuli e mucchi che limitavano da ogni parte la vista nascondendo, occultando minacciosi. Sì, la mia immaginazione fremeva solleticata dagli odori selvatici, muffa e marcio, che emanavano da ogni angolo suggerendo chissà quali misteri.

Fin lì, fin quasi dentro, mi spingeva il mio desiderio di avventura. Mi faceva scappare la prima faccia scura di polvere, baffi e barba non rasata, e filavo via nel più certo rifugio di casa e dell’orto.

Chiara

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