Quando ci si trova in “Torteria” raramente si discorre seguendo un filo omogeneo. Più spesso le parole percorrono sentieri diversi e si lascia che vaghino un po’ dove pare loro. È stato così che la Catia e la Deira hanno ricordato i luoghi della loro infanzia, strade con le case attaccate l’una all’altra o caseggiati abitati da numerose famiglie che vivevano gomito a gomito.
Io, invece, che abitavo in una casa più simile a una corte di campagna (con la stalla, la porcilaia, il pollaio, l’orto…), non ho memoria di luoghi affollati del “quotidiano vivere” delle persone, se non quando attraversavo il cortile che, passata la porticina che si apriva nel grande portone nero (ma più in alto del margine inferiore che bisognava comunque scavalcare), mi portava alla strada parallela alla mia via Cavour. Era lì che si mescolavano le vite e le attività di diverse famiglie assiepate in poche stanze: odore di cibo, di lisciva, di altri più indiscreti sentori.
Oggi, che guardo con curiosità diversa luoghi e percorsi di Suzzara, immagino queste scorciatoie, tagli nell’abitato, come residui di una città remota, tutta arrotolata attorno alla piazza di ciottoli e portici.
E infatti subito fuori da quel ristretto perimetro (ma il mio punto di vista non è circolare - i miei passi bambini non mi portavano mai lontano, e poi c’era
Ricordo che raramente sono entrata in una bottega senza che ci fosse qualcuno (donna, ovviamente) che si attardava negli acquisti che tuttavia non ho mai visto abbondanti. Stavano in mano o raccolti su un braccio piegato. Ovvio che, abitando io al “Macello” (parola che non indicava “il” luogo, ma quello e l’intorno, così come la “Piazza”, il “Castello”, il “Vaticano”, ecc.), sto parlando della Primina. “Chiara, vo da
Ma questa, come si dice, è un’altra storia che mi racconta altre storie ancora e mi allontana da via Toti e dagli altri luoghi dei profumi.
L’osteria di Corradini buttava fuori golosissimi assaporamenti di sughi a disposizione di uomini scuri di lavoro e fatica, anche un po’ inquietanti per la noncuranza di quel loro dialetto poco sorvegliato, vestiti di abiti qualsiasi ma dotati del privilegio di fermarsi all’osteria a mangiare, a bere, a fumare, a giocare a carte…
E poi la tabaccheria… profumo di sigaretta, certo, ma mischiato a quello della liquirizia dei “disoccupati”, omini succosi e succulenti, morbidi da far sciogliere e da masticare con il piacere che si dedica alle cose rare.
Davanti al forno bisognava passare di mattina un po’ presto se volevi essere avvolta dal profumo caldo del pane, anche di domenica, quando, d’estate, donne andavano a portare a cuocere teglie di lasagne che già esalavano anticipi di pranzi odorosi.
Ma, se questi erano luoghi di piacere, ce n’era uno decisamente suggestivo per più preoccupanti ma non meno deliziose fantasie. La rivendita della legna e del carbone era un luogo scuro anche in piena luce, polveroso, occupato da cataste e cumuli e mucchi che limitavano da ogni parte la vista nascondendo, occultando minacciosi. Sì, la mia immaginazione fremeva solleticata dagli odori selvatici, muffa e marcio, che emanavano da ogni angolo suggerendo chissà quali misteri.
Fin lì, fin quasi dentro, mi spingeva il mio desiderio di avventura. Mi faceva scappare la prima faccia scura di polvere, baffi e barba non rasata, e filavo via nel più certo rifugio di casa e dell’orto.
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